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Ha vinto Hollande, un socialista normale per tempi eccezionali – Roberto Vicaretti

Pubblicato il 11 maggio 2012 su Lettere Riformiste

Normal. Lunedì mattina, quando in Piazza della Bastiglia si sente ancora l’odore della festa socialista,  Libération sceglie solo questa parola per titolare l’edizione che, in copertina, ha una grande foto del presidente eletto, François Hollande. Nella storia della Quinta Repubblica è il secondo socialista all’Eliseo. Diciasette anni dopo “la forza tranquilla” di François Mitterand, è la volta della “forza normale” del nuovo presidente. Hollande – che di Mitterand è stato allievo e che a Mitterand si ispira profondamente nello stile, nel linguaggio, nella gestualità – è la normalità. Quello che la Francia voleva. E’ la normalità nel modo di porsi rispetto all’eccentrico ed esuberante Sarkozy, ma anche rispetto a Domenique Strauss-Kahn, che, al netto degli scandali sessuali, avrebbe guidato il Ps alle elezioni.

Ma la Francia non ha scelto Hollande per il suo stile. Quantomeno non solo. La Francia ha scelto, in primo luogo, il Partito socialista e non lo ha fatto nelle ultime settimane: le elezioni che hanno preceduto le presidenziali hanno visto una crescita costante delle sinistra. Avesse vinto Sarkò, si sarebbe trovato a presiedere un Paese già da tempo gauchiste. Guardando al primo turno, balza agli occhi quel 28% abbondante del candidato socialista; mai nella storia della Quinta Repubblica il Ps aveva fatto meglio. E anche questo è Normal. In tempo di vacche grasse – o di presunte vacche grasse – un Paese poteva sopportare il presidente dei ricchi, che taglia le tasse ai milionari e aiuta i colossi della finanza. Il tutto nell’illusione della magnifiche sorti e progressive dell’economia ultraliberista e del capitalismo finanziario. La crisi, invece, ha portato con sé la richiesta di giustizia sociale, di eguaglianza, di una politica che non “abbandona i figli della Repubblica”, per usare le parole pronunciate da Hollande alla Bastiglia. In Francia ha vinto la voglia di regole, di freni e di limiti all’economia. I francesi hanno scelto una nuova economia. Reale e non finanziaria. Con Hollande ha vinto la speranza di crescita, di lavoro vero, di fabbrica e non di finanza. Con il presidente “normale” arriva all’Eliseo anche il desiderio di un’Europa normale, non arcignamente arroccata alla sola tenuta dei conti pubblici e non ingessata nello schematismo rigorista di Frau Merkel, che ha contribuito al disastro Grecia. Alte le aspettative, difficile la sfida. La luna di miele sarà brevissima, i passi iniziali fondamentali.

Il primo banco di prova saranno le legislative con il primo turno fissato il 10 giugno. Un appuntamento non banale. Non per i rischi di cohabitation – oggi decisamente limitati -, quanto piuttosto per capire il futuro della destra francese. L’Ump, il partito gollista, orfano di Sarkozy è a un passo dall’implosione e, non a caso, Marine Le Pen, leader dell’estrema destra, parla del voto di giugno come di un terzo turno. Il Front National è alla svolta. Al primo turno ha sbancato: il 17,9% è il risultato migliore di sempre. Dieci anni fa, è vero, Le Pen padre andò al ballottaggio, ma il merito fu soprattutto del disastro socialista. Il FN di Le Pen figlia è lontano anni luce da quello del 1992: diversa la leadership che, anche dal punto di vista generazionale, nulla ha a che vedere con Vichy, Petain e il collaborazionismo con i nazisti. Un passato che Marine ha voluto mettere nel cassetto anche allontanando il padre dalla prima linea della campagna elettorale. Le Pen figlia ha indirizzato il Fronte sulla via repubblicana. L’obiettivo non è la testimonianza di una destra dura e pura, ma il potere. Marine punta a diventare la vera forza d’opposizione, approfittare della debolezza dell’Ump per contribuire al suo disfacimento e puntare con forza all’Eliseo nel 2017. Qualcosa di più ambizioso di quanto fatto da Fini con la svolta di Fiuggi del Movimento sociale e, anche per questo, la donna che rende omaggio a Giovanna d’Arco ogni primo maggio piace alla destra italiana. Per Le Pen non dare indicazione di voto per Sarkò, dunque, è stato inevitabile: il gollista doveva perdere, l’Ump dimostrare la sua inadeguatezza. E ancora: Marine conosce il suo elettorato. La richiesta di sicurezza, le posizioni anti-islam e contro l’immigrazione solo sono una parte del suo successo elettorale. Il Front National ha intercettato il disagio e la richiesta di cambiamento di una vasta fetta della popolazione francese. A queste persone Sarkò, rispetto a Hollande, non aveva nulla da offrire. Le Pen l’ha capito: indicare il voto per Sarkozy e non essere seguita avrebbe significato la fine del progetto. A giugno, anche grazie al doppio turno francese presente anche alle elezioni legislative, sapremo se la strategia di Marine ha pagato.

E per l’Italia che insegnamento arriva da Parigi? Torniamo a quel Normal che apriva Libération. Anche per la sinistra italiana è arrivato il momento di chiudere la fase dell’ossessione per il leader carismatico e puntare sul progetto, sulle idee e sui valori. Di sinistra. L’eguaglianza, suggerisce la vittoria del Ps, deve riprendere il posto oggi occupato dall’equità. Non serve cercare l’Hollande italiano (si attende ancora la scoperta del Blair, dello Schröder e dello Zapatero tricolori), ma il programma della sinistra italiana. Sul tavolo del nuovo presidente francese c’è il manifesto degli “economisti sgomenti” e le analisi degli studiosi che a Bruxelles lavorano con la Sinistra europea, i Verdi e il Pse. In Italia, invece, quando Bersani e D’Alema volarono a Parigi per sostenere Hollande e firmare il manifesto comune con socialisti francesi e i socialdemocratici tedeschi qualcuno nel Pd parlò di viaggio inopportuno…

BUON 1951 TRA SOCIALDEMOCRATICI E AUTORITARI – di Roberto Vicaretti

Il passato è domani. La macchina del tempo è entrate in azione dopo anni di tentativi andati più o meno a vuoto. Sono bastate poche firme sotto un fascicolo di 36 pagine e… fatto: il calendario del prossimo anno sarà quello del 1951. E del 1951 saranno anche i nostri diritti.

Il merito è tutto del socialdemocratico – per dirla con Piero Fassino – l’antidemocratico, autoritario e illiberale – per usare le parole di Susanna Camusso – amministratore delegato Fiat, Sergio Marchionne. Ma guai a dimenticare gli altri co-protagonisti di questa storica avventura, la coppia di sindacalisti irreprensibili Angeletti – Bonanni e il buon ministro del Welfare Sacconi. Dopo quello di Termini Imerese – dove lo stabilimento Fiat è passato nel giro di pochi mesi dall’essere strategico all’essere un peso – e quello di Pomigliano – dove l’azienda è riuscita a stracciare un accordo da lei stesso proposto, imposto e conquistato perché il referendum tra i lavoratori non si è rivelato un plebiscito di dimensioni napoleoniche – ecco il nuovo miracolo by Marchionne: Fiat Mirafiori. Investimento imponente – almeno pare, per il momento non è dato conoscere il piano industriale della mitologica Fabbrica Italia – in cambio di una piccola rinuncia da parte dei lavoratori: quella dei propri diritti.

Il sistema di lavoro in fabbrica subirà piccole modifiche con il passaggio dagli attuali due turni da 8 ore per cinque giorni alla settimana a una doppia opzione: l’introduzione del turno di notte su 5 giorni o il turno di notte su 6 giorni, quindi sabato compreso. Chi sceglierà quale strada imboccare? Ma, ovviamente, i sindacati – perché Marchionne è socialdemocratico –, ma solo quelli che hanno supinamente sottoscritto l’accordo e solo in 15 giorni, scaduti i quali la scelta ricadrà totalmente nella disponibilità dell’azienda – perché Marchionne è anche autoritario, illiberale e antidemocratico.
Ma ci sarà anche un terza opzione. Scelto il nuovo sistema di lavoro, si potrà sperimentare – almeno per  un anno – un’altra strada: due turni da 10 ore, che potranno essere conditi con un’ora in più di straordinario a discrezione dell’azienda. La Fiat, infatti, in queste 36 pagine accetta di concordare con i sindacati 80 ore di straordinari – perché Marchionne è socialdemocratico -, ma si riserva anche di decidere su altre 120 ore (oggi ne ha a disposizione 40) da imporre agli operai – perché Marchionne è anche autoritario, illiberale e antidemocratico.
Con il nuovo accordo i lavoratori conquistano un solido aumento salariale – perché Marchionne è socialdemocratico – e avranno in tasca ben 0,1877 euro all’ora, ovviamente lordi e non calcolabili nel Tfr, per ogni 10 minuti lavorati in più a turno.  Dieci minuti che sono il frutto di un piccolo taglio della pausa, che passa da 40 a 30 minuti a turno – perché Marchionne è anche autoritario, illiberale e antidemocratico .
E poi addio all’elezione delle Rsu, al suo posto la nomina dei rappresentati da parte dei soli sindacati che hanno sottoscritto l’accordo, non dunque quello più grande, la Fiom Cgil. Piccola postilla in aggiunta: chi sciopera contro l’accordo può essere licenziato. Su quest’ultimo punto non è stato proprio possibile trovare la firma del Marchionne socialdemocratico. Che abbia ragione Camusso?
Auguri di buon anno e che il 1951 sia ricco di soddisfazioni.

COCCO ZIO – di Roberto Vicaretti

Il triste mondo dei reality show italiano ha avuto una lunga serie di picchi di cattivo gusto. Ma il telespettatore – e telelettore – ricorderà di certo i momenti bestemmiaroli delle varie Isole dei (presunti) famosi, Grandi fratelli, Talpe e roba varia. Si ricorderanno delle puntate fiume sullo scandalo, lo schifo, la vergogna. Parole insopportabili, agghiaccianti, che hanno offeso l’Italia, gli italiani, la Chiesa, il Papa, Dio, il Sole, Saturno e Giove.

Una tempesta di critiche. Negli studio di ogni ordine e grado, di ciascun programma che respira e sopravvive, un’invasione di esperti, teologi, sociologi, psicologi, preti e santoni, vallette e veline, conduttrici dimenticate, opinionisti e troinisti vicini alla pensione. Poi ovviamente i soliti politici, pronti a santificare su moralità, valori e cultura cristiana.

Insomma, si può accettare di tutto. Ma non le bestemmie… e le notizie sul premier, ovviamente.
Succede che il presidente del Consiglio che fa la comunione anche se divorziato, lo stesso che si professa il difensore dei valori cattolici e che un giorno si definì “unto dal Signore” venga beccato mentre si lascia andare alla solita, triste barzelletta su Rosi Bindi. Insomma, il consueto colloquio da Accademia della Crusca ai quali ci ha abituato il premier. Che si chiude con una bella bestemmia.

Ti aspetti lo scandalo, arriva il silenzio. Dove sono Formigoni e Lupi, uomini PdL ma anche e soprattutto uomini di Comunione Liberazione? Dove i neo convertiti Mannino e Cuffaro, i cattolici moderati con l’alto senso dello Stato che hanno votato la fiducia in parlamento? Dove i Bertone che a cena a casa da Vespa perorava la causa di un rafforzamento del governo Berlusconi con l’ingresso di Casini?

La notizia rimbalza su tutte le tv, in ogni telegiornale. Qualcuno lascia l’audio tutto aperto così da far sentire l’Unto dal Signore che parla male – per usare un eufemismo – del Signore; altri spiegano ma non fanno sentire. Chi, invece, guarda solo il tg1 non saprà mai. La notizia semplicemente scompare. Come tante altre volte. I soliti distratti?

E L’Avvenire? Cosa dice il giornale della CEI. Un editoriale in seconda pagina inizia così: “Ci mancava solo la bestemmia dentro la barzelletta del presidente”. Ti aspetti una lunga paginata e arrivano poche righe. Toni pacati, ma decisi. L’uscita del premier viene bollata come insopportabile.
Troppo poco? Forse, evidentemente la bastonatura mediatica data a Boffo dal Giornale del premier ha lasciato il segno

UNA CROCE SOPRA – di Roberto Vicaretti

Umberto Bossi chiude ad un’alleanza con l’Udc, con un ragionamento politico-programmatico degno di un grande statista: “Casini è uno stronzo”. Berlusconi è in apnea da assenza di numeri in Parlamento e la sua maggioranza è agli scoccioli. Intanto la Fiat continua, tranquillamente, a calpestare la legge e le sentenze dei giudici e a far carta straccia del piano industriale presentato, mentre Fiom e Cgil cercano, da sole, di salvare o provare a salvare i diritti dei lavoratori per impedire che il Paese torni agli anni ’50. La disoccupazione continua ad esserci, la ripresa, invece, appare più annunciata che reale e, a conti fatti, in Italia si sta peggio.
In mezzo a tutto questo arriva la lettera di Walter Veltroni. Sceglie il Corriere della Sera al quale affida la sua riflessione. Riflessione che parte con una rivelazione sconvolgente: “Se un milione e mezzo dei 38 milioni di votanti avesse scelto il centrosinistra riformista invece di Berlusconi ora saremmo noi a guidare il Paese”. Dimenticandosi di aggiungere che se avesse piovuto sarebbe molto meno afoso e che il sale sala.

Nella lettera, poi, la crisi di sistema – “la mia ossessione quando guidavo il Pd” – una politica incattivita e tanto altro. Il tutto, ovviamente, impreziosito dalla solita sequela di libri (compresi i Dieci piccoli indiani di Agatha Christie), autori e riferimenti ai grandi della sinistra italiana (Moro e De Gasperi). E poi la ricetta, rivoluzionaria e, ovviamente, non compresa dagli altri uomini del centrosinistra: “In caso di crisi di governo, si cerchino soluzioni capaci di fronteggiare per un breve periodo l’emergenza finanziaria e sociale e di riformare la legge elettorale dando forma, per esempio attraverso i collegi uninominali e le primarie per legge, a un moderno e maturo bipolarismo”.
Nonostante il silenzio comatoso del Pd in questa estate di crisi nella maggioranza, di stracci volati tra berlusconiani e finiani e di lavoratori in grave difficoltà, c’è stata una sola cosa chiaramente detta dai democratici: non andiamo a votare. La noiosa sequela di dichiarazioni dei vari Zanda, Bindi, La Torre, Fioroni (è ancora del Pd, vero?) e Marino aveva un solo succo: prima la legge elettorale. Non una parola su Melfi, sulla Fiat, sulla crisi, sugli sbarchi che riprendono, niente di tutto ciò; solo non andiamo a votare con questa legge. Che è quello che scrive al Paese Veltroni, ma, evidentemente, con poche righe sopra la citazione di Agatha Christie assume un sapore rivoluzionario.

Ma nella lettera al Paese manca qualcosa. Manca, ad esempio, la spiegazione del perché – a risultato delle primarie ancora caldo – Veltroni allora neo-segretario del Pd annunciò che non si sarebbe mai più alleato con quanti, in quelle stesse ore, garantivano una maggioranza risicata a Prodi. Risultato: polemiche, furenti e governo ko nel giro di poche settimane. E, ovviamente, vittoria di Berlusconi. Manca anche la spiegazione del perché questa legge elettorale che rende impossibile una vera maggioranza al Senato sia riuscita a consegnare a Berlusconi numeri bulgari a Palazzo Madama. Non sarà mica perché qualcuno scelse di andare quasi da solo al voto, abbandonando Rifondazione e gli altri e regalando così seggi al Popolo della libertà?

Una lettera, quella di Veltroni, che sembra quasi l’annuncio di una nuova discesa in campo. Dopo aver portato il Pds al peggior risultato della sua storia e la sconfitta alle politiche 2008, l’ex sindaco di Roma sembrerebbe pronto a dare ancora una volta il suo contributo. Ha già lanciato una fondazione, Democratica, con la quale avrebbe voluto imbrigliare Vendola che, ovviamente, ha girato larghissimo pur di evitare anche il minimo contatto. Ora questa lettera. Non c’è alcuna proposta politica, a parte “l’Italia è un Paese meraviglioso. Amare l’Italia e gli italiani dovrebbe essere una precondizione per partecipare alla vita politica”. Ma, onestamente, avrebbe stupito il contrario e, magari, i veltroniani non avrebbero capito. “Quasi quattordici milioni di italiani fecero una croce sul simbolo che conteneva il mio nome”. Eppure non è bastato.

CONFERENZA STAMPA ROSE ROSSE D’EUROPA

conf-rose-rosse-2Questa mattina, Venerdì 12 Dicembre, si è svolta a Palazzo Cesaroni, nella sala della Partecipazione, la conferenza stampa di Rose Rosse D’Europa.

L’associazione ha presentato il proprio  Manifesto politico: “Per un partito socialista europeo democratico e progressista”. Il documento è stato introdotto da Valerio Marinelli (foto – portavoce Rose Rosse D’Europa) e Roberto Vicaretti (foto). Durante la conferenza è intervenuta l’On. Katiuscia Marini (foto – eurodeputata PD)