Pubblicato il 11 maggio 2012 su Lettere Riformiste
Normal. Lunedì mattina, quando in Piazza della Bastiglia si sente ancora l’odore della festa socialista, Libération sceglie solo questa parola per titolare l’edizione che, in copertina, ha una grande foto del presidente eletto, François Hollande. Nella storia della Quinta Repubblica è il secondo socialista all’Eliseo. Diciasette anni dopo “la forza tranquilla” di François Mitterand, è la volta della “forza normale” del nuovo presidente. Hollande – che di Mitterand è stato allievo e che a Mitterand si ispira profondamente nello stile, nel linguaggio, nella gestualità – è la normalità. Quello che la Francia voleva. E’ la normalità nel modo di porsi rispetto all’eccentrico ed esuberante Sarkozy, ma anche rispetto a Domenique Strauss-Kahn, che, al netto degli scandali sessuali, avrebbe guidato il Ps alle elezioni.
Ma la Francia non ha scelto Hollande per il suo stile. Quantomeno non solo. La Francia ha scelto, in primo luogo, il Partito socialista e non lo ha fatto nelle ultime settimane: le elezioni che hanno preceduto le presidenziali hanno visto una crescita costante delle sinistra. Avesse vinto Sarkò, si sarebbe trovato a presiedere un Paese già da tempo gauchiste. Guardando al primo turno, balza agli occhi quel 28% abbondante del candidato socialista; mai nella storia della Quinta Repubblica il Ps aveva fatto meglio. E anche questo è Normal. In tempo di vacche grasse – o di presunte vacche grasse – un Paese poteva sopportare il presidente dei ricchi, che taglia le tasse ai milionari e aiuta i colossi della finanza. Il tutto nell’illusione della magnifiche sorti e progressive dell’economia ultraliberista e del capitalismo finanziario. La crisi, invece, ha portato con sé la richiesta di giustizia sociale, di eguaglianza, di una politica che non “abbandona i figli della Repubblica”, per usare le parole pronunciate da Hollande alla Bastiglia. In Francia ha vinto la voglia di regole, di freni e di limiti all’economia. I francesi hanno scelto una nuova economia. Reale e non finanziaria. Con Hollande ha vinto la speranza di crescita, di lavoro vero, di fabbrica e non di finanza. Con il presidente “normale” arriva all’Eliseo anche il desiderio di un’Europa normale, non arcignamente arroccata alla sola tenuta dei conti pubblici e non ingessata nello schematismo rigorista di Frau Merkel, che ha contribuito al disastro Grecia. Alte le aspettative, difficile la sfida. La luna di miele sarà brevissima, i passi iniziali fondamentali.
Il primo banco di prova saranno le legislative con il primo turno fissato il 10 giugno. Un appuntamento non banale. Non per i rischi di cohabitation – oggi decisamente limitati -, quanto piuttosto per capire il futuro della destra francese. L’Ump, il partito gollista, orfano di Sarkozy è a un passo dall’implosione e, non a caso, Marine Le Pen, leader dell’estrema destra, parla del voto di giugno come di un terzo turno. Il Front National è alla svolta. Al primo turno ha sbancato: il 17,9% è il risultato migliore di sempre. Dieci anni fa, è vero, Le Pen padre andò al ballottaggio, ma il merito fu soprattutto del disastro socialista. Il FN di Le Pen figlia è lontano anni luce da quello del 1992: diversa la leadership che, anche dal punto di vista generazionale, nulla ha a che vedere con Vichy, Petain e il collaborazionismo con i nazisti. Un passato che Marine ha voluto mettere nel cassetto anche allontanando il padre dalla prima linea della campagna elettorale. Le Pen figlia ha indirizzato il Fronte sulla via repubblicana. L’obiettivo non è la testimonianza di una destra dura e pura, ma il potere. Marine punta a diventare la vera forza d’opposizione, approfittare della debolezza dell’Ump per contribuire al suo disfacimento e puntare con forza all’Eliseo nel 2017. Qualcosa di più ambizioso di quanto fatto da Fini con la svolta di Fiuggi del Movimento sociale e, anche per questo, la donna che rende omaggio a Giovanna d’Arco ogni primo maggio piace alla destra italiana. Per Le Pen non dare indicazione di voto per Sarkò, dunque, è stato inevitabile: il gollista doveva perdere, l’Ump dimostrare la sua inadeguatezza. E ancora: Marine conosce il suo elettorato. La richiesta di sicurezza, le posizioni anti-islam e contro l’immigrazione solo sono una parte del suo successo elettorale. Il Front National ha intercettato il disagio e la richiesta di cambiamento di una vasta fetta della popolazione francese. A queste persone Sarkò, rispetto a Hollande, non aveva nulla da offrire. Le Pen l’ha capito: indicare il voto per Sarkozy e non essere seguita avrebbe significato la fine del progetto. A giugno, anche grazie al doppio turno francese presente anche alle elezioni legislative, sapremo se la strategia di Marine ha pagato.
E per l’Italia che insegnamento arriva da Parigi? Torniamo a quel Normal che apriva Libération. Anche per la sinistra italiana è arrivato il momento di chiudere la fase dell’ossessione per il leader carismatico e puntare sul progetto, sulle idee e sui valori. Di sinistra. L’eguaglianza, suggerisce la vittoria del Ps, deve riprendere il posto oggi occupato dall’equità. Non serve cercare l’Hollande italiano (si attende ancora la scoperta del Blair, dello Schröder e dello Zapatero tricolori), ma il programma della sinistra italiana. Sul tavolo del nuovo presidente francese c’è il manifesto degli “economisti sgomenti” e le analisi degli studiosi che a Bruxelles lavorano con la Sinistra europea, i Verdi e il Pse. In Italia, invece, quando Bersani e D’Alema volarono a Parigi per sostenere Hollande e firmare il manifesto comune con socialisti francesi e i socialdemocratici tedeschi qualcuno nel Pd parlò di viaggio inopportuno…





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