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Massimo D’Alema alla Casa del Popolo di Orvieto

Intervista di D’Alema a La Stampa sul Governo Monti

Massimo D’Alema ha rilasciato un’intervista al giornale di Torino la Stampa sull’azione del Governo Monti, sulla necessità di sostenerlo ed al tempo stesso di modificarne i provvedimenti accogliendo alcune delle richieste dei sindacati.

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D’Alema: “Questa volta
pagano pure i ricchi
Non era mai successo”

 

Leader democratico Massimo D’Alema è stato segretario del partito, premier e più volte ministro
Ultimo incarico: presidente del Comitato di controllo sui servizi segreti
 
 
 

“Le pensioni? Il governo
ascolti le richieste dei sindacati”

RICCARDO BARENGHI
roma

Il governo Monti e la sua manovra, i sacrifici per gli italiani e i sindacati che scioperano, i rischi per il Pd che deve convincere la sua base sociale insoddisfatta, le elezioni tra sei mesi o tra un anno e mezzo, le prospettive di un’Europa a rischio. Ne parliamo con Massimo D’Alema.

Molte tasse, pochi tagli, poca equità, poca crescita, pensioni sotto tiro, assenza di una vera patrimoniale… Soddisfatto D’Alema?
«Mi pare francamente una sintesi totalmente inappropriata, non è questa la manovra. Innanzitutto, vorrei ricordare le parole del presidente Napolitano: “Eravamo sull’orlo di una catastrofe”. Il rischio era che andasse deserta l’asta sui titoli di Stato e ciò avrebbe significato non pagare le pensioni e gli stipendi dei lavoratori pubblici. Se non teniamo conto di questa situazione reale, le dissertazioni appaiono non adeguate alla gravità del momento».

Però la manovra del governo non è stata accolta da cori di giubilo, soprattutto a sinistra.
«Difficile gioire quando bisogna sacrificarsi. Ma bisogna rendersi conto che eravamo arrivati a un punto di non ritorno grazie a Berlusconi. Oggi sembra che Berlusconi sia un fenomeno di cent’anni fa, invece è stato capo del governo fino all’altro ieri. E per tre anni ha fatto finta che la crisi non esistesse».

Nessuna responsabilità del centrosinistra che pure ha governato per sette anni negli ultimi quindici?
«Chi dice che la colpa è di tutta la politica, dice una colossale balla. Nel 2008 noi abbiamo lasciato il debito pubblico al 103,2, la percentuale più bassa degli ultimi vent’anni. Lo Spread era a quota 32. E queste sono cifre, non opinioni. Certo, c’è stata la crisi, ma questo non basta a giustificare i dati di oggi. Se la crisi fosse stata affrontata e non negata, saremmo in una situazione diversa dall’attuale. Ma noi non ci limitiamo a recriminare sulle responsabilità di Berlusconi. Non abbiamo chiesto le elezioni, nonostante i sondaggi a noi favorevoli, e abbiamo votato la fiducia al governo Monti assumendoci una grande responsabilità nell’interesse del Paese. D’altra parte, due mesi di campagna elettorale avrebbero fatto precipitare l’Italia nella condizione della Grecia o peggio. Una classe dirigente seria sa sfidare anche l’impopolarità per riparare i guasti provocati dalla destra».

Ora c’è il tecnico a riparare questi guasti, secondo lei ha fatto un buon lavoro finora?
«Il professor Monti si è trovato ad operare in una situazione di drammatica emergenza e con pochissimo tempo a disposizione. Anche per questo non era facile improvvisare innovazioni, che richiedono tempo e analisi approfondite. Oggi, però, possiamo partecipare al Consiglio europeo con le carte in regola. E magari cominciare a far sentire la nostra voce affinché ci sia una svolta nella politica europea, altrimenti le manovre nazionali serviranno a poco».

Una svolta di quale genere?
«Bisogna dare alla Bce un ruolo più attivo in modo che possa intervenire direttamente sui mercati. E’ molto opportuna l’iniziativa di Draghi sul taglio dei tassi di interesse, ma qui servono decisioni politiche. Bisogna puntare sugli Eurobond e convincere la Merkel, che non ne vuol sentir parlare. Bisogna attivare un piano europeo di sviluppo e di investimenti sulle infrastrutture. Bisogna mettere in campo e armonizzare politiche sociali e fiscali. L’Europa è a un bivio: o fa questo salto di qualità oppure non reggeranno neanche le conquiste fin qui realizzate».

Torniamo alla manovra, lei la giudica tutta positiva?
«E’ positivo che non siano state aumentate le aliquote Irpef, imposta che pagano gli italiani onesti. Ed è positivo che si siano cominciati a tassare i patrimoni, soprattutto le seconde case e quelle di lusso».

E le case del vaticano vanno tassate?
«Certo, bisogna studiare una soluzione, esentando gli edifici adibiti al culto e quelli utilizzati per fini sociali».

A proposito di patrimoni, non si può dire che anche i ricchi piangono.
«Non so se piangano, ma so che per la prima volta si introduce un prelievo sui patrimoni e si fanno pagare di più coloro che hanno riportato in Italia i capitali dall’estero. Si tratta ancora di prelievi bassi. Si possono alzare anche per venire incontro alle richieste comprensibili dei sindacati sul tema delle pensioni».

Questo è proprio il capitolo più doloroso, tanto che i sindacati per la prima volta da sei anni hanno indetto uno sciopero unitario: era proprio necessario colpirle così duramente?
«E’ vero, si tratta del capitolo socialmente più pesante. Per questo abbiamo presentato proposte in Parlamento per mantenere l’indicizzazione sulle pensioni che arrivano al triplo di quelle minime e vedo che si sta andando in questa direzione. E sarebbe giusto anche lasciare liberi di andare in pensione coloro che hanno svolto lavori usuranti. C’è poi la questione importante della detrazione Ici sulla prima casa. E infine si possono recuperare risorse sull’assegnazione delle frequenze radiotelevisive, altra richiesta del mio partito».

Ma lei aderisce allo sciopero di lunedì come hanno già fatto altri del Pd?
«Noi lavoriamo in Parlamento per cercare di migliorare la manovra e renderla più equa, per rispondere con i fatti alla protesta. E consiglio caldamente il governo di accogliere alcune richieste dei sindacati, che sono anche le nostre».

Lei che ha sempre rivendicato il primato della politica non pensa che in questo caso la politica abbia abdicato al proprio ruolo rifugiandosi dietro un governo tecnico? Non sarebbe stato meglio andare alle elezioni?
«Guardi che l’alternativa non era tra governo tecnico o elezioni, ma tra governo tecnico o permanenza di Berlusconi. Se non si fosse concretizzata l’ipotesi di Monti, la maggioranza di centrodestra non si sarebbe sfarinata e noi avremmo ancora il Cavaliere a palazzo Chigi. Altro che politica morta… Si è trattato, al contrario, di una positiva operazione politica».

Se il governo Monti durasse un anno e mezzo, cos’altro si dovrebbe fare oltre al risanamento finanziario?
«Una nuova legge elettorale e una riforma istituzionale che modifichi il bicameralismo perfetto e riduca drasticamente il numero dei parlamentari. Soprattutto così si tagliano i costi della politica».

Ma tra un anno e mezzo sarà ancora in piedi quell’alleanza con Vendola e Di Pietro che tutti i sondaggi consideravano vincente?
«Le alleanze non sono prodotti alimentari che scadono, non vanno a male se passa il tempo. Non mi spaventa che ci possano essere, in certi passaggi, opinioni diverse, ma occorrono correttezza e serietà nella discussione. In questo periodo non si devono scatenare polemiche assurde, perché questo sì, sarebbe lacerante. Dopo una settimana che si è votata la fiducia, dire che questo governo è un inciucio tra destra e Pd è inammissibile. E vorrei che si guardasse al di là dell’emergenza per realizzare una prospettiva di governo per il Paese. Si tratta di ricostruire l’Italia su basi più giuste e assicurare un futuro di progresso. Questo richiede un’alleanza che vada oltre il centrosinistra e punti a una collaborazione con il Terzo polo. Guai ad assumere oggi comportamenti che compromettano questa prospettiva».

Socialdemocrazia: Eclisse o Rilancio?

Il 26 settembre, alle 18.00, presso la sede nazionale del PD, l’iniziativa sul tema “Socialdemocrazia: eclisse o rilancio?”, con Pierluigi Castagnetti, Massimo D’Alema, Cesare Damiano.

Introduce Mimmo Carrieri.

Prosegue, con quest’iniziativa, il ciclo di incontri, programmati dall’Associazione Lavoro&Welfare, finalizzati ad approfondire, per meglio comprenderle, le caratteristiche economiche, politiche e sociali del momento attuale al fine di ridefinire i valori del riformismo.

D’ALEMA : “Deve essere il segretario a sfidare il centro-destra”

da http://www.lastampa.it/ – Intervista di Federico Geremicca

D’Alema: Vendola alle primarie? Ma se fu tra i problemi
maggiori di Prodi…


Dev’essere la giornata che celebra i buoni sentimenti, questo 15 settembre. Perché Massimo D’Alema, dal suo ufficio di presidente del Copasir, ci tiene a dirlo quasi subito: «Se la preoccupazione di Walter è che qualcuno pensi che piuttosto che rafforzare il Pd si possa aggirare il problema con alchimie sulle alleanze, allora Veltroni sappia che la sua preoccupazione è anche la mia». Si dirà: quando l’uno si dichiara d’accordo con l’altro, di solito c’è qualcosa che non quadra. E in genere o si è alla vigilia di grandi rivolgimenti interni oppure la situazione è così difficile da suggerire una sospensione delle ostilità. Stavolta conviene propendere per la seconda ipotesi. L’ultima riunione del “caminetto” dei capi pd è filata via senza scontri; e le dichiarazioni rese dai leader alla fine sono tutte rasserenanti. Ma l’offerta di pace avanzata da D’Alema, ha un paio di condizioni: il rafforzamento della leadership di Bersani e uno spirito più unitario all’interno del Pd.

Scusi, presidente, e tutte le polemiche dei giorni scorsi?
«Nel nostre partito le polemiche hanno spesso una tonalità superiore a quella che dovrebbero avere. Ma nella sostanza credo la stragrande maggioranza del popolo del Pd si riconosca nelle parole e negli impegni annunciati da Bersani a Torino».
Sarà anche così, ma alcuni “giovani leoni” del Pd – da Renzi a Civati, ma non solo – continuano a chiederle di farsi da parte…
«Ma io ormai lavoro in Europa. Torno da Bruxelles, prima ero in Russia. Tra qualche giorno parto per New York, poi Manchester per il Congresso del Labour, quindi Washington e Berlino… Mi occupo dell’elaborazione della cultura politica dei progressisti. In ogni caso sono soddisfatto di come è andata la riunione del nostro Coordinamento proprio perché ha affrontato la questione di fondo che abbiamo davanti, piuttosto che polemiche inutili».
E quale sarebbe la questione di fondo?
«E’ tutta in un interrogativo. Berlusconi certo non è finito, reagirà e avremo ancora delle fasi aspre: ma perché, di fronte alla evidente crisi della destra, il Pd non riesce a crescere? Al di là delle polemiche – perché naturalmente le risposte possono essere diverse – questo è un problema. Che Bersani, però, con l’importante discorso di Torino, ha affrontato nel modo giusto».

Applaude a Bersani per smentire le voci che la vorrebbero insoddisfatto del segretario?
«Questa non l’ho mai sentita. Non riesco neppure a immaginare come possa nascere una voce del genere. Applaudo Bersani perché ha fatto un discorso rivolto al Paese e ai suoi problemi; e perché, cosa che noi sapevamo, sta venendo fuori alla distanza, con concretezza e ragionevolezza, secondo le sue caratteristiche».
Smentita, quindi, ogni freddezza verso il segretario…
«Non solo: l’appello è a rafforzare la sua leadership. Noi siamo un partito democratico, non abbiamo un padrone che si aiuta a restare in sella con molti quattrini e molte tv: ma proprio perché siamo democratici, la forza della nostra leadership è data dall’investimento che su di essa fa il gruppo dirigente. Abbiamo scelto un leader nemmeno un anno fa: indebolirlo, magari mentre si è in vista di possibili elezioni, non mi pare una mossa geniale».
Invece, c’è una piccola folla che intende sfidarlo alle primarie per la candidatura a premier: da Vendola a Chiamparino, fino a Veltroni, secondo alcuni…
«Ma perché, partecipano tutti alle primarie?».

Almeno Vendola di sicuro.
«Credo che prima occorra vedere se c’è intesa sulle basi politiche e programmatiche necessarie a stringere una alleanza non scontata. Vendola fa parte di quella sinistra che ha costituito il problema maggiore per Prodi, fin dal primo governo. Ha fatto i conti con questo? Sa che gli italiani non vogliono che quanto accaduto si ripeta?».

E se l’intesa fosse raggiunta?
«Che si candidi. Anche se trovo singolare questa agitazione autopromozionale che utilizza – per altro – le primarie: strumento di un altro partito – il Pd – verso il quale non ha mai avuto parole di apprezzamento».
E che dire, invece, dei possibili altri candidati pd?
«Che considererei la loro scelta legittima ma sbagliata».

Addirittura sbagliata?
«Un aspetto costitutivo del Pd è aver guardato ai grandi partiti riformisti europei: e i grandi partiti europei candidano il loro leader alla guida del governo. E’ un principio che abbiamo perfino inserito nel nostro Statuto».

Quindi?
«Quindi troverei ragionevole che, se vi sono dirigenti del Pd che intendono candidarsi alla guida del governo, si candidassero prima alla segreteria del partito».
Ma avete fatto un Congresso pochi mesi fa…
«Appunto. Ed è per questo che suggerisco di impegnarci prima di tutto sulla proposta da fare al Paese, piuttosto che continuare in polemiche dannose e infondate».
Pensa a qualcosa in particolare?
«Penso a certi postulati che accompagnano la polemica, del tutto legittima, sui possibili modelli di riforma elettorale. Anche qui: vorrei rassicurare Veltroni e dirgli che non è vero che pensare a sistemi diversi da un certo maggioritario significa voler “uccidere” il Pd. Non siamo nati per l’esigenza di adattarci a una nuova legge elettorale: e non saremmo messi in crisi nè da un sistema che si ispirasse a quello tedesco né dalle difficoltà – evidenti – del “partitone” di Berlusconi. Insomma, possiamo sopravvivere anche alla crisi del bipolarismo berlusconiano… Il Pd, infatti, non nasce da una legge elettorale, ma dalla convergenza politica, ideale e culturale tra le grandi tradizioni del riformismo e del progressismo italiano. Queste sono le basi del partito che stiamo costruendo».
Perché tiene a questa rassicurazione?
«Perché è caricaturale la divisione tra chi vorrebbe un Pd forte e chi lo vorrebbe debole ma con più alleati. Se questa fosse la discussione, io starei di certo con i primi».
Non avete molto tempo per mettervi d’accordo
«Vedremo se e quando si faranno le elezioni. Ma la cosa peggiore, cone ha denunciato Bersani, sarebbe un governicchio che tirasse a campare. Continuiamo a essere un Paese strano, dove si taroccano le cifre economiche per nascondere la crisi; dove se un deputato passa dalla maggioranza all’opposizione è un golpe, mentre è tutto normale se accade il contrario; un Paese nel quale il ministro dell’Economia fa una impegnata intervista per dire che entro l’anno bisogna approntare un piano economico che ci porti al 2020, e vorrei sapere di questo piano dove si sta discutendo. Qui l’unico piano che interessa a Berlusconi è come aggirare la sentenza Mills. Lo so che è da inizio legislatura che va così. Ma che vuole, non mi ci sono ancora abituato…».

D’Alema indicato dai leader progressisti europei tra i candidati per il ministero degli Esteri ue

da www.corriere.it

MILANO – Massimo d’Alema ringrazia il governo italiano. L’ex presidente del Consiglio, indicato dai leader progressisti europei tra i candidati per la carica a ministro degli Esteri europeo, si è dichiarato «onorato» e si è detto anche «grato» per la dichiarazione di Palazzo Chigi secondo la quale l’ Italia sosterrà il candidato italiano. «Ho appreso – ha detto D’Alema – che i leader progressisti hanno raggiunto un accordo sul fatto che il responsabile della politica estera europea e vicepresidente della Commissione sarà espressione del Partito socialista europeo e dei progressisti democratici. Mi hanno indicato tra i possibili candidati. Non mi sono candidato a nulla, la notizia mi è giunta da Bruxelles e io ne prendo atto». «Sono onorato – ha proseguito D’Alema – di questo fatto. So che ci sono altri candidati più forti di me. Non ritengo di avere molte possibilità ma il fatto di essere inserito in questa short-list mi onora».

GRATITUDINE A PALAZZO CHIGI – D’Alema si è quindi dichiarato «grato» al governo italiano. «Sono grato – ha spiegato – al governo italiano per avere detto che, nel caso in cui ci sia questa candidatura, da parte italiana ci sarà un sostegno e non una opposizione». «Nel nuovo trattato – ha spiegato l’ex ministro degli esteri – il capo della politica estera è anche vicepresidente della commissione e quindi deve essere un rappresentante nazionale. Quindi il governo ha un potere dirimente sul proprio rappresentante». «La nota di Palazzo Chigi – ha proseguito – è molto apprezzabile nel senso che considera prioritaria l’eventualità, che vorrei venisse considerata come tale». Alla domanda sui tempi per la decisione del candidato, D’Alema ha replicato: «Penso una decina di giorni».

LA NOTA DI PALAZZO CHIGI – In una nota Palazzo Chigi aveva comunicato in precedenza che, «qualora emergesse, in concreto la possibilità per l’Italia di ottenere l’assegnazione di una di quelle cariche, il governo valuterà con serietà e responsabilità le candidature capaci di assicurare all’Italia un incarico di così alto prestigio».

TELEFONATA CON GIANNI LETTA – In mattinata c’era stata una telefonata «cordiale» tra il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e l’ex premier Massimo D’Alema, che hanno valutato insieme l’ipotesi di una candidatura italiana ad una delle più alte cariche dell’Ue, quella di ministro degli Esteri. Un colloquio «franco e diretto», si sottolinea in ambienti di governo, nel corso del quale l’esponente del Pd avrebbe sondato la disponibilità dell’esecutivo a sostenerlo, nel caso il suo nome prendesse seriamente quota a Bruxelles. La risposta del sottosegretario, dopo i successivi contatti con il premier Silvio Berlusconi, non si è fatta attendere, con la nota sintetica di palazzo Chigi riportata sopra che, in ambienti di maggioranza ed opposizione, viene interpretata come una apertura di credito.

30 ottobre 2009