C’è un viaggio che la filosofia ha
intrapreso da quando è sorta: è il
viaggio che Platone compì alla
volta di Siracusa, la città
governata dal tiranno Dionisio,
convinto di poter ispirare con il
suo sapere il governo della città.
Finì in catene, venduto come
schiavo, ma al di là del destino
personale del filosofo (Platone o
Gentile, Giordano Bruno o
Heidegger), la vicenda indica con
forza l’iscrizione originaria della
riflessione filosofica
nell’orizzonte della politica. Non
a caso, quando Jacques Derrida
ha rispolverato quest’antica
storia, parlando di una ricorrente
«tentazione di Siracusa», ha
anche aggiunto che «ciò di cui
abbiamo bisogno ora è di un’altra
figura di alleanza tra la filosofia e
la politica».
Colpisce dunque la collezione
di risposte rese qualche tempo fa
da una dozzina di filosofi
americani (o in America letti e
ascoltati) a proposito di eventi
come l’11 settembre. Si chiedeva
se la filosofia avesse risposto in
maniera adeguata alla
dimensione e al significato
dell’evento, e quasi tutti gli
interpellati – da Jaakko Hintikka
a Simon Blackburn, da McGinn a
MacIntyre – l’hanno presa alla
larga, proponendo al più
considerazioni di metodo. Il più
drastico di tutti, Jerry Fodor, ha
escluso seccamente che la
filosofia abbia qualche
particolare responsabilità a
riguardo. Credendo di essere
arguto, Fodor ha replicato
domandando a sua volta se anche
in campo artistico vi sia stata una
risposta adeguata all’11
settembre, pensando in questo
modo di far risaltare tutta
l’improprietà della domanda. Si
sbagliava, dal momento che le
cronache artistiche e culturali di
questi ultimi anni hanno offerto
numerosi tentativi in tal senso.
Ma è il quadro generale che
queste risposte offrono a destare
più di una perplessità sul
ripiegamento della filosofia, che
non sembra proprio voler
veleggiare verso Siracusa. Ha
ragione Richard Rorty: tra un
certo fatto, anche di portata
straordinaria, e la riflessione
filosofica non può esserci un
rapporto di causa ed effetto, e
non ha dunque molto senso
domandare quali siano state le
conseguenze in filosofia
dell’attentato alle Torri Gemelle.
Eppure, resta l’impressione che la
filosofia abdichi a una sua
vocazione essenziale. Anche
perché non è ben chiaro quale
sarebbe allora la sua specifica e
indiscussa competenza.
In realtà, in mezzo a filosofi
che si schermiscono, qualcuno
che un passo avanti lo fa, c’è. Per
esempio Martha Nussbaum, che
vede nell’11 settembre
un’occasione per riflettere su
problemi di giustizia a livello
globale, o John Searle, che
assegna alla filosofia un compito
di pulizia linguistica e
concettuale. Che senso ha
l’espressione «guerra al
terrorismo» – si chiede: si può
essere in guerra contro un
«metodo»? Pensieri del genere
investono la filosofia di un senso
politico, perché suggeriscono se
non altro di esercitare qualche
sorveglianza sul modo in cui gli
Stati Uniti, che hanno lanciato
una simile guerra, interpretano il
loro ruolo sullo scenario
internazionale. Slavoj Zizek,
infine, considera essenziale non
tanto dare le risposte, ma
mostrare in qual modo la
formulazione dei problemi sia
essa stessa parte dei problemi.
Nel caso dell’11 settembre, Zizek
si chiede se la critica del
fondamentalismo religioso debba
trasformarsi nella santificazione
delle democrazie liberali:
un’opera di continua
demistificazione, la sua, nel solco
della novecentesca critica
dell’ideologia.
Qualcosa, però, manca ancora,
ed è la storia. La considerazione
che Hegel avrebbe detto propria
dello «storico pensante». È
curioso che per notare questa
mancanza si debba tornare di
molto indietro: al 1979, anno in
cui Lyotard pubblica il suo
celeberrimo rapporto sullo stato
del sapere. È in quel libro, dal
fortunato titolo “La condizione
postmoderna”, che si dichiara la
fine delle grandi narrazioni, cioè
della filosofie moderne della
storia, ed è chiaro che senza una
grande narrazione un evento di
grande formato risulta
letteralmente impensabile.
Questa è stata, di fatto la risposta
resa dalla filosofia trent’anni
dopo: quel che per Fodor è
impensabile perché esula dai
compiti di una filosofia
seriamente scientifica, per certi
pensatori postmoderni
(soprattutto di scuola francese,
come Jean Baudrillard) è
ugualmente impensabile, anche
se alla filosofia è assegnato il
sublime compito di presentarlo
proprio così, negativamente,
come ciò che supera ogni
possibile rappresentazione, e
dunque ogni trama ordinata di
discorso e d’esperienza.
I filosofi sono rimasti a bocca
aperta, in base alla diagnosi
lyotardiana, non solo dopo l’11
settembre ma già da prima; dal
momento, cioè, che ha
considerata esaurita la spinta
propulsiva della modernità ben
prima che le colonne di fumo
offuscassero lo skyline della
Grande Mela, non bisognerà
invertire i rapporti di causa ed
effetto? Baudrillard sostiene che
un evento è ciò che resiste a una
grande narrazione, ma è forse
vero il contrario, che cioè proprio
la rinuncia alla grande
narrazione storica produce eventi
grandi e inspiegabili (e filosofi
con il naso all’insù). Di nuovo ha
ragione Rorty: come un evento
non causa una filosofia, così una
filosofia (o l’assenza di una
filosofia, di un progetto teorico)
non causa alcun evento. Ma
proprio per questo, non si fa
ancor più necessario riannodare
in nuove figure di senso il
rapporto tra filosofia e politica?
Don DeLillo, forse il romanziere
americano che più ha riflettuto
sull’11 settembre, ha scritto
abbastanza sconsolato che ormai
«siamo fuori dalla storia e dentro
la ripetizione», dentro
l’insensatezza di un presente
sempre uguale. Ecco: non sarà
venuta l’ora di compiere, con
tutte le cautele del caso, e senza
arrivare fino a Siracusa, qualche
timida manovra di rientro?
Brooking’s rileva poi come l’opinione
degli americani nei confronti
dell’Islam non sia cambiata. Rimane
l’incapacità di distinguere tra estremisti
e religiosi. Nel frattempo,comeracconta
un reportage del New York Times,
i giovani musulmani d’America
hannoscoperto il disprezzo e il sospetto.
E convinto i loro genitori – già rassegnati,
da bravi emiganti – a ribellarsi.
Un po’ come hanno fatto i giovani
egiziani ricordati anche da Obama
nel suo messaggio.
Escono libri e film, si ragiona su un
America che – se si esclude la vittoria
di Obama – non ha vissuto momenti
positivi. E anche per questo l’anniversario
è tanto importante. Serve a spiegare
o giustificare la mestizia di un
Paese che vorrebbemanonha voltato
più pagina: nei sondaggi sono le guerre
ad avere rovinato l’economia. Per
quanto si scriva e racconti, l’orrore
delle Torri non riesce a divenire undiscorso
unico. Ciascun americano ha il
suo. Su The New Yorker, lo scrittore
Jonathan Safran Foer si chiede come
e quando i suoi figli scopriranno l’11
settembre. «Una foto, la tv? Mi piacerebbe
parlargliene io. Ma come spiegare
«che questo mondo è così diverso
da quello in cui credevo e nel quale
vivevo?».❖
Like this:
Be the first to like this post.