Il governo Monti ha davanti una missione difficile legata all’emergenza che il paese sta vivendo. Dal suo successo, con ogni evidenza, dipendono anche le sorti di un’ Unione Europea che deve cambiare le regole del gioco e reinventarsi fuori dagli egoismi franco-tedeschi, se vuole salvare se stessa ed il proprio, ancora debole, ruolo nel mondo. Mi auguro che, a partire dai prossimi incontri internazionali, Monti lo dica a gran voce.
Certo, la grande maggioranza parlamentare di cui il nuovo governo gode lascia ben sperare, ma il suo compito riuscirà solo dentro un’idea di solidarietà tra le forze sociali orientata non solo all’equa distribuzione dei sacrifici, che temo non mancheranno, ma anche ad affrontare il problema della crescita.
E’ un fatto positivo che Mario Monti, nell’accennare a questo problema abbia spiegato con chiarezza che è impossibile separare le scelte di lungo periodo da quelle immediate: su questo le singole forze politiche sono chiamate a confrontarsi da subito, senza sognare una vacanza dal dibattito per correre ad impostare la prossima campagna elettorale. Così Monti chiarisce definitivamente che non esistono scelte tecniche, ma che le misure che il nuovo governo assumerà saranno tutte politiche.
Chi, nel corso di questi venti anni, ha pagato più di ogni altro l’assenza di una seria strategia per la crescita, ha il diritto di reclamare, a gran voce, una netta inversione di rotta. Da questo punto di vista, l’assemblea del comitato contro la precarietà “ Il nostro tempo è adesso”, che si è svolta questo fine settimana a Roma, rappresenta un fatto importante. Per la prima volta precari di ogni età, organizzazioni giovanili ed esperienze sindacali si ritrovano per elaborare una proposta comune fatta non solo di singole rivendicazioni, ma della consapevolezza di avere qualche buona idea su come l’Italia può tornare a crescere.
C’è un pezzo di Italia che vede ancora nel lavoro il modo di dare il proprio contributo al paese e che rivendica il proprio diritto a farlo con dignità, dentro un modello di welfare che tenga conto delle proprie esigenze senza contrapporle alle vere o presunte garanzie degli altri.
L’Italia non cresce anche perché il suo sistema produttivo non è stato in grado di rispondere positivamente a queste domande: nonostante tanta retorica sul rischio d’impresa, in pochi hanno potuto o voluto investire sul capitale umano, preferendo la corsa al ribasso sui costi del lavoro. Per invertire questa tendenza servirà, certo, mettere in discussione il modo di funzionare dell’Unione Europea, ma occorre anche qualche segnale subito, una concreta inversione di rotta, aggredendo le intollerabili rendite che sono state alimentate in questi anni e trovando gli strumenti per incentivare un’occupazione stabile e di qualità.
Di questa parte del paese servirà tenere conto a partire dalle scelte dei prossimi giorni: non si può immaginare un nuovo patto sociale senza di loro. Fuori dal pagnisteo generazionale tanto di moda c’è chi si è organizzato per prendere la parola, è ora doveroso dialogare e dare risposte.



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