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“La salvezza dell`Italia e dell`Ue è nelle mani dei progressisti”- di Stefano Fassina

 

Il collasso del governo conservatore in Olanda, pasdaran della Merkel. La vittoria del “vetero socialista” Hollande a Parigi. Il successo dell’oldlaburista Ed Miliband alle elezioni amministrative nel Regno Unito. Il drammatico messaggio da Atene. La netta affermazione della “keynesiana” Kraft alla guida della Spd nel Nord-Reno Westfalia. Che vuol dire?

Vuol dire che la linea di politica economica imposta nell’Unione europea dai conservatori, tedeschi in primis, e condivisa da larga parte delle tecnocrazie di Bruxelles e Francoforte, è sbagliata. Vuol dire, come previsto, che l’Unione europea e, soprattutto l’area euro, è sempre più avvitata in una spirale di recessione-aumento della disoccupazione-instabilità di finanza pubblica. Vuol dire che non possiamo uscire dal tunnel attraverso il pareggio di bilancio, il controllo dell’inflazione e le mitiche riforme strutturali. Vuol dire che è necessario il sostegno alla domanda aggregata per innalzare il livello dell’attività produttiva ed orientarlo verso lo sviluppo sostenibile e i beni comuni e di cittadinanza: Keynes e Schumpeter insieme, anzi Keynes al servizio di Schumpeter. Vuol dire, infine, che l’assenza di prospettive porta anche all’espansione delle forze regressive sul terreno della democrazia, ma si rivolge principalmente a chi è in grado di offrire una credibile proposta di governo alternativa alla linea mercantilista attuata mediante la svalutazione del lavoro.

Dopo l’affidamento esclusivo alle riforme strutturali e il tentato blitz sulle regole per i licenziamenti al fine di inseguire l’impossibile via della “svalutazione interna”, imposta dalla Merkel e giustificata sul piano economico dalla Commissione Barroso, dalla BCE e, ancora una volta, l’altro ieri da una deprimente nota conclusiva della missione a Roma del Fondo Monetario Internazionale, anche Monti si è convinto che il problema non è dal lato dell’offerta, ma dal lato della domanda. Propone la golden ruleper allentare la morsa dell’austerità distruttiva, in sintonia con l’emendamento presentato al Patto di Stabilità dai Socialisti e Democratici al Parlamento europeo su iniziativa di Roberto Gualtieri. È un passo avanti significativo, dovuto ai dati drammatici dell’economia reale e ai rapporti di forza maturati sul campo politico. Ora, si deve andare avanti, in coordinamento stretto con il Presidente francese e i leader realisti europei.

Nell’area euro, va perseguita l’agenda della Dichiarazione di Parigi discussa da Gabriel, Hollande e Bersani il 17 Marzo scorso e confermata martedì dai leader della Spd in occasione della visita di Hollande a Berlino: mutualizzazione dei debiti sovrani (“redemption fund“), piano europeo per il lavoro, investimenti finanziati da project bonds e tassa sulle transazioni finanziarie, regolazione e vigilanza europea dei mercati finanziari, agenzia “pubblica” europea per il rating, coordinamento delle politiche retributive. L’emergenza, però, è la salvezza della Grecia. Una comunità di uomini e donne sull’orlo di una involuzione economica e democratica dopo lo sciagurato governo conservatore dal 2005 al 2009 e la medicina sbagliata, per principi attivi e per dosi, somministrata, su prescrizione Merkel-Sarkozy, da Commissione europea, Bce e FMI. Le parole della Cancelliera tedesca e del neo-presidente francese Martedì a Berlino e la contestuale posizione di Mario Draghi aprono uno spiraglio di speranza.

In Italia, è stato irresponsabile da parte del Governo Berlusconi-Tremonti-Lega fissare, unico caso nella Ue, il pareggio del bilancio prima al 2014 e poi al 2013 nel contesto di una violenta recessione. Un’irresponsabilità accompagnata da subalternità e conformismo culturale di tanti autorevoli commentatori, anche di background progressista, al mantra del rigore senza se e senza ma e dei tagli brutali alla spesa pubblica, presentati come positivi o irrilevanti per l’economia reale e per le condizioni di vita delle persone. I dati sul Pil 2012 confermano che gli obiettivi di finanza pubblica per l’anno in corso e per il prossimo sono irraggiungibili. Insistere a avvicinarli implica stringere ancora di più il cappio a imprese e lavoratori. Invece, come la Spagna, in una recessione meno severa della nostra e con impegni di bilancio meno irrealistici di noi, dobbiamo rinegoziare i nostri obiettivi con la Commissione europea. Per cancellare il previsto aumento dell’Iva. Per applicare subito la golden rule per gli investimenti immediatamente cantierabili dei Comuni. Per utilizzare le risorse recuperate dalla spending review su scuola pubblica e fondo per le politiche sociali. L’alternativa non è tra austerità e lassismo. L’austerità non è una variabile binaria: c’e o non c’è. La dimensione degli interventi di austerità ne determina l’efficacia. Da mesi, gli spread salgono per l’assenza di prospettive di ripresa non per l’andamento minaccioso della spesa pubblica. L’alternativa, allora, riguarda la strada per raggiungere obiettivi possibili: ulteriore distruzione di base produttiva o recessione meno severa. Dobbiamo arrivare al 50% di disoccupazione giovanile per svoltare verso il buon senso? I danni causati in Grecia dall’austerità cieca non insegnano nulla?

L’oggi è legato al domani. I risultati elettorali in Italia hanno resettato il discorso sulle alleanze. Quanti fino a ieri proponevano il Governo Monti e il centrismo come orizzonte del Pd, oggi spiegano con disinvolta incoerenza il valore di un’alleanza incentrata sul perno progressista. Tuttavia, il discorso, sebbene riorientato, continua ad essere politicista. Rimane assente dalla proposta politica il programma fondamentale, la visione, per l’Italia e per l’area euro. L’agenda dell’alleanza tra progressisti e moderati prevede l’attuazione delle lettere arrivate nell’estate scorsa da Francoforte e Bruxelles, come continuano a sostenere i partiti del Terzo Polo? Oppure, l’agenda è imperniata sulla Dichiarazione di Parigi?

Il Pd ha grandi responsabilità per il futuro dell’Italia. Dobbiamo costruire un’alleanza larga, innanzitutto fuori dal Palazzo, con le forze della società, del lavoro e della cultura. Ma, possiamo essere credibili in quanto indichiamo il nostro baricentro, non il recinto, culturale e sociale: l’europeismo progressista, il neo-umanesimo laburista, alternativo al liberismo; il lavoro subordinato, in tutte le forme (contratti precari, partite Iva, attività autonome in monocommittenza). La riproposizione del Pd come forza subalterna e contenitore indifferenziato e generalista di qualunque interesse sociale porta al trionfo le soluzioni regressive. Oramai, una corrispondenza biunivoca è evidente sul terreno politico: nel secolo asiatico, la salvezza dell’euro, asset necessario per la ricostruzione della civiltà del lavoro in Europa, è sulle spalle dei progressisti e, insieme, la salvezza dei progressisti è legata all’euro e al rilancio politico dell’Unione europea.

Vince Hollande, cambia la Francia, può cambiare l’Europa

UE/CRISI: GUALTIERI (PD), “PRENDE FORMA ALTERNATIVA A CENTRODESTRA EUROPEO”

“La risoluzione sulla governance economica europea approvata oggi a larga maggioranza dal Parlamento europeo è un fatto politico di grande importanza e un successo per il gruppo dei Socialisti e Democratici”.

Lo afferma Roberto Gualtieri, eurodeputato del Pd, tra gli autori della risoluzione comune.

“Dopo la divisione manifestatasi in occasione del voto sulla riforma del patto di stabilità e sulla sorveglianza economica (six pack), è infatti significativo che, di fronte all’incalzare della crisi, si sia determinata una convergenza su alcune delle proposte del gruppo S&D, a cominciare dagli eurobonds per la gestione comune del debito e dalla comunitarizzazione del fondo salva-stati, fino al lancio di un grande piano europeo per la crescita, gli investimenti e l’occupazione finanziato con project bonds. Il tutto nel quadro di una difesa del metodo comunitario attraverso una piena attuazione del trattato di Lisbona e un rafforzamento dell’integrazione dell’eurozona incardinato sulle istituzioni comunitarie”.

“Prende quindi forma – conclude l’europarlamentare – una piattaforma alternativa alla linea dell’austerità e del metodo intergovernativo attuata dal centrodestra europeo, che dovrà costituire la base per una grande alleanza politica e sociale su cui costruire la nuova Europa politica, democratica e sociale per uscire dalla crisi”.

Bersani vola a Berlino: un patto per l’Europa con Spd e Ps francese

articolo di Simone Collini pubblicato su L’Unità del 12 settembre 2011

Se Berlusconi usa Bruxelles come scappatoia per evitare di essere interrogato domani dai pm di Napoli sul caso Tarantini, Bersani sta lavorando per far passare anche per l’Unione europea la costruzione di un’alternativa alle politiche della destra. Mentre in Italia continuerà a muoversi sul doppio binario del Nuovo Ulivo e della convergenza con l’Udc stando bene attento a non imprimere sul primo fronte accelerazioni che rischierebbero di impedire la seconda parte dell’operazione (e infatti venerdì non sarà alla festa dell’Idv di Vasto, dove è previsto un confronto a tre con Di Pietro e Vendola) il segretario del Pd ha fissato in agenda una serie di incontri con i leader dei principali partiti progressisti degli altri paesi comunitari per avviare un confronto che dovrebbe poi concludersi con la definizione di «una piattaforma comune dei progressisti che rilanci il sogno europeo».

L’operazione è ambiziosa quanto complicata ma anche, per Bersani, necessaria. Servirebbe ad evitare quel «ripiegamento» che gioca tutto a favore delle forze conservatrici e anche quello che in questa fase di crisi economica rischia di diventare un destino ineluttabile: «Divisi non contiamo nulla e a uno a uno finiremo nelle retrovie del mondo nuovo», è stato il rischio evocato nel comizio di chiusura della Festa di Pesaro. Nei prossimi dodici mesi si voterà in Spagna, Francia, Svizzera, Danimarca, Polonia, Romania, Slovenia, Serbia, Croazia, Lettonia e dopo pochi mesi in Germania. E il Pd, per Bersani, dovrà contribuire al formarsi di un’onda della «riscossa progressista», e starvi dentro quando finalmente anche da noi si tornerà alle urne (il leader dei Democratici non esclude affatto un appuntamento elettorale per la primavera 2012).

Dopo i primi contatti, a giugno, a Bruxelles con il leader dei laburisti britannici Ed Milliband e a Torino con la socialista francese Martine Aubry, venerdì il segretario Pd sarà a Berlino per continuare il discorso con il leader dell’Spd Sigmar Gabriel. Dopo il 9 ottobre, data delle primarie d’Oltralpe, avrà invece un bilaterale con il prossimo sfidante di Sarkozy (al momento in testa ai sondaggi c’è François Hollande), mentre la Feps, la Fondazione di studi progressisti europei di cui un anno fa è stato eletto presidente Massimo D’Alema, organizzerà un convegno a cui parteciperanno tutte le principali fondazioni dei partiti di centrosinistra dei paesi comunitari.

L’incontro a Berlino impedirà a Bersani di essere all’apertura della festa dell’Idv a Vasto, dov’era previsto un confronto a tre con Di Pietro e Vendola. L’ex pm, che pure ha saputo per via ufficiosa che il leader del Pd non ci sarà, non ha ancora modificato il programma e fa sapere che non accetterà «sostituti» ed è pronto a fare il confronto con il leader di Sel tenendo polemicamente sul palco una sedia vuota. Quando ci saranno le primarie, assicura Di Pietro, si candiderà e intanto critica il Pd perché «sembra che attenda la madonna dell’Udc» quando «ormai è chiaro lo scenario che si dovrebbe delineare – dice – una coalizione di centrodestra, una coalizione con Pd-Idv-Sel, e il terzo polo da solo».

Ma è proprio questo che Bersani vuole evitare, e anche la scelta di organizzare una manifestazione «del Pd», a Roma il 5 novembre, non è casuale. Il leader dei Democratici vuole lavorare al Nuovo Ulivo facendo poi però partire da qui «un messaggio a tutte le forze di centro, a cominciare dall’Udc, per una convergenza». Con Casini il dialogo non si deve interrompere e ieri i due si sono parlati anche prima della messa di Benedetto XVI ai cantieri navali di Ancona (Bersani ha definito «doverosa» la sua presenza e «un discorso importante» quello dedicato al lavoro dal Papa). Il leader dell’Udc continua a non scoprirsi, ma il fatto che ancora non abbia chiuso la porta e anzi si sia detto «interessato a perseguire» il confronto sul modello Marche (dove governano insieme Pd, Udc e Idv), consiglia a Bersani di non accelerare verso un’alleanza ristretta a Di Pietro e Vendola.
12 settembre 2011Articoli Correlati

EUROPA e LAVORO : il ruolo dei lavoratori nella governance delle grandi imprese



Incontro pubblico

Sabato 6 novembre 9/13
Sala Hotel Valentino
Via Plinio il Giovane 3/5
Terni

Introduce
Riccardo Maraga

Intervengono

Valentino Filippetti – Presidente RRE
Gianluca Rossi – Assessore Regionale Sviluppo Economico
Claudio Carnieri – Presidente Agenzia Umbra Ricerche
Nicoletta Rocchi – segreteria confederale CGIL

Presiede Valerio Marinelli

Sono stati invitati a partecipare esponenti del mondo sindacale , delle imprese, studiosi del settore e dell’associazionismo

Lo scopo dell’iniziativa è quello di alimentare
il dibattito sulla possibilità che hanno i lavoratori di incidere
nelle scelte delle grandi aziende ormai solo multinazionali.
I continui riferimenti al modello tedesco ( modello renano?)
si fermano sempre alle performance economiche della
Germania e non prendono mai in esame il modello sociale, le relazioni,
il ruolo del sindacato.
A Terni alla Tyssen si vive l’assurdo di lavoratori che contrariamente ai
colleghi tedeschi ben poco possono dire sulle strategie aziendali.
Al tempo della “Fabbrica Italia” e della “metrica giapponese” è
ora di porre il problema della qualità e del ruolo del lavoro.