Non voglio tornare ad argomentare i punti che caratterizzano la nostra posizione politica e la nostra battaglia congressuale . Abbiamo fatto un documento, abbiamo fatto una buona assemblea a fine Luglio con Bersani e le cose dovrebbero essere chiare. Solo qualche cenno .
- La nostra analisi critica della sconfitta elettorale alle europee e alle amministrative l’abbiamo fatta e la facciamo senza fatica perché la quasi totalità di noi con argomenti diversi, con convinzioni e sensibilità diverse , per tempo ha sottolineato i problemi che con la formazione del Pd si sarebbero aperti . Dietro i quattro milioni di voti non vi è solo un’opera incompiuta, ma errori seri e prevedibili . Al fondo vi è l’improvvisazione, la rimozione della storia di questi ultimi decenni come fosse un fardello ingombrante , non da classe dirigente , ma da “ pasticcieri del futuro “ .
- La nostra critica all’ideologia del “ nuovismo “ non ha avuto bisogno della classica prova del budino. Avrebbe dovuto essere chiaro che la cantilena sul “nuovo “ avrebbe finito per portare acqua a ben altri mulini . Questo non significa essere indulgenti con i peccati tanti e gravi che furono alla base della degenerazione del sistema politico, il primo che con autorevolezza sollevò nei primi anni 80 “ la questione morale “ fu proprio Enrico Berlinguer che certo non era un nuovista. . Si è fatto di tutto per buttare bambino e acqua sporca insieme con il brillante risultato che la terapia ha finito per aggravare il male . La questione è aperta e non da oggi, e le responsabilià vengono da lontano . Il superamento del P.C.I. poteva essere nelle cose – quella storia è ,ancora, una ferita aperta che molto potrebbe insegnare – ma è certo che le modalità , la cultura che accompagnarono la fine del P.C.I. contribuirono ad aprire le porte alla insensata stagione del “ nuovismo”.
- Noi non abbiamo avuto la necessità come il Presidente Prodi di attendere anni per comprendere che la promiscuità con la cultura liberista, non solo avrebbe oscurato tratti fondamentali di una posizione di sinistra, ma avrebbe reso i protagonisti miopi di fronte ai problemi strutturali del sistema e impreparati quando la crisi , come poi è accaduto , sarebbe esplosa . E’bene ricordare che nel 1996 quasi l’intera Europa, nei suoi paesi fondamentali era governata dalla sinistra e dai democratici e che negli Stati Uniti Clinton era il presidente. Una grande e storica occasione è stata buttata , la ragione prima è da ricercarsi proprio nell’assenza di autonomia della sinistra dal pensiero liberal – liberista e la sua incapacità di mettere in campo una strategia, un riformismo forte per cogliere il buono dei processi di globalizzazione e per contrastare le profonde deviazioni finanziarie e sociali del neocapitalismo .Diversi di noi in quegli anni e negli anni che seguirono criticarono tanto il velleitarismo distruttivo dei radicali di sinistra, quanto la subalternità acritica dei governi di centro – sinistra alle logiche profonde del mercatismo. Che oggi , dopo la dura prova della crisi finanziaria , a sinistra e non solo a sinistra si colga la fondatezza di quelle critiche è motivo non solo di soddisfazione, ma anche di speranza per il futuro .
- Infine non vi è da meravigliarsi se partendo da queste ed altre premesse analitiche nelle nostre posizioni vi sia una linearità e chiarezza politica penso ad esempio all’idea di Partito e della politica, o anche a scelte programmatiche su temi come la giustizia sociale, la riconversione ecologica dell’economia, la laicità dello stato che non possiamo certo trovare nella mozione Franceschini e che, anche, nella mozione che pure sosteniamo convintamene di Bersani si ritrovano con qualche imbarazzo e genericità .
Non voglio farla lunga e noiosa, noi abbiamo nei nostri documenti e nelle cose dette posizioni chiare che vengono da lontano e che ci permettono di essere presenti in questa battaglia congressuale con una nostra fisionomia utile per l’oggi e per il domani senza essere costretti ad inventare artificiose posizioni per una qualche rendita di posizione congressuale . Bersani ha detto che la parola “sinistra “ è un gene fondamentale per il partito che ha in testa e per chi come noi pensa che la sinistra non sia solo una suggestione o una sorta di archetipo del passato, ma un patrimonio politico vivo questa non è stata solo una buona e consolatoria notizia , ma è , anche, una grande sfida per il congresso e che va ben oltre il congresso medesimo .
La questione che però vorrei portare alla vostra attenzione è un’altra . Il congresso che ormai è alle porte ,anche se dovesse essere drammatico e politicamente sanguinoso rischia di essere un rito, una messa tutta interna, una partita che si gioca fuori dal campo centrale .
Un congresso che rischia di non affrontare il problema dell’oggi , né di definire le condizioni essenziali per guardare lontano . La questioni davanti a noi sono due intrecciate, ma diverse : come si risponde all’emergenza Italia e come si affrontano i grandi problemi del futuro e della sinistra . E’ un po’ paradossale che persone come noi che , spesso e abusivamente , sono iscritte nell’albo dei sognatori debbano richiamare i professionisti della realpolitk alla realtà, se per realtà intendiamo non gli equilibrismi del sistema politico, ma il piano inclinato sul quale rovinosamente sta rotolando l’Italia . E’ su questo che nella confusione generale, nella rissa d’ogni giorno, nella fiera dei particolarismi e delle vanità che fa fatica a emergere una proposta, un’idea forte per l’Italia . Da qui comportamenti contraddittori e improvvisati e ,quindi, incomprensibili penso alle ultime affermazioni di Veltroni, quando dice che Berlusconi “non ha tutte le responsabilità dello stato delle cose presenti “ – questioni ovvia,ma inopportuna e ambigua – a Franceschini che sale sui tetti insieme ai precari della scuola . Noi avremmo bisogno di un messaggio chiaro e di comportamenti conseguenti e coerenti .
Vi è stata un’appassionata e ragionieristica discussione sui finanziamenti per i festeggiamenti dell’ Unità nazionale, è un esercizio poco più che retorico, perché se noi dovessimo guardare con obiettività ai fatti del nostro paese viene spontanea la battuta : “sotto il vestito niente “ . La disgregazione del sistema Italia , la sua per ora silenziosa implosione è la questione fondamentale da cui partire . La lega è solo l’escrescenza , lo specchio ideologico di un processo complesso e profondo che ha consumato , quasi dissolto quel tessuto , quel connettivo che teneva insieme il nostro paese . L’Italia che , ancora , all’indomani della guerra si divideva praticamente a metà fra monarchia e repubblica, ha trovato la sua unità poco nella formazione dello Stato moderno , poco nella storia dei secoli passati come i grandi paesi europei , poco in profondi , spontanei e radicati sentimenti comuni molto nella forza della politica . I partiti di massa del novecento , le grandi organizzazioni sociali e i movimenti di contadini e operai dopo la guerra e dopo il fascismo hanno dato un contributo essenziale all’unità del paese . Così come l’istruzione di massa , l’urbanizzazione di massa e quell’impasto originale di Stato e capitalismo del dopoguerra hanno dato una base, una convenienza materiale all’unità dell’Italia .
E’ la storia degli anni che seguirono al fascismo , l’opera politica , istituzionale e sociale di una classe dirigente a dare senso , sostanza e profondità all’unita nazionale . Una storia recente e per molti versi contraddittoria, e non è un caso che la fine della prima Repubblica ha riportato in superficie pulsioni forti e stratificazioni geologiche antiunitarie .
Il collasso della politica, la degenerazione del sistema della seconda metà degli anni 80 e dei primi anni 90 hanno dato un colpo molto serio a quel patrimonio di “ unità “ e sotto le macerie della Politica e dei Partiti della prima repubblica sono tornati a fiorire tanti vizi antichi dal particolarismo al qualunquismo, dalla demagogia al trasformismo , per arrivare ai grandi manipolatori della pubblica opinione e della politica .
In questa palude il popolo si è perso e disperso .
Berlusconi, il berlusconismo è il punto di approdo di questa parabola e rappresenta l’inizio di una nuova e più pericolosa fase. Sotto l’ombrello Berlusconiano si consuma la delegittimazione di quelle istituzioni fondamentali e di quei riferimenti culturali che sono il cuore della democrazia e di un paese . Svuotato il Parlamento, delegittimata la magistratura, occupato il sistema della comunicazione e dell’informazione, compromessa l’etica pubblica tra festini e sanatorie , personalizzati partiti e politica, alimentata la mala erba dell’intolleranza quel che ormai abbiamo fra le mani è un paese ipotecato da spinte corporative e localiste , da spinte razziste e da una illegalità diffusa , senza più un collante e un baricentro . Certo l’Italia non è solo questo, vi è un’Italia democratica , civile che continua a resistere , anzi in questi ultimi quindici anni vi è stato un costante equilibrio fra le due Italie, è stato così nelle elezioni del 1996, nelle elezioni 2001 e nelle elezioni del 2006, ma con il 2008 anche per gravi responsabilità di tanti quell’equilibrio si è spezzato e il rischio della rotta è alto.
Non c’è più tempo da perdere, le vicende di questi giorni, di queste ore , i veleni messi in circolo rischiano di avvelenare ciò che di pulito resta nel nostro paese, e più cresce la difficoltà, il discredito, l’isolamento internazionale di Berlusconi più il rischio si fa alto.
Dal congresso del Pd deve venire un appello alle forze sane comunque collocate per una liberazione dalla patologia berlusconiana, è necessario indicare pochi punti chiari e condivisibili dai più : dal conflitto d’interessi alla libertà d’informazione, dalle riforme delle istituzioni alla legge elettorale , dall’autonomia e indipendenza della magistratura, a elementari diritti di civiltà per chi emigra nel nostro paese e infine una comune idea dell’Europa. Noi non abbiamo né morti, né feriti per le strade e nelle piazze, ma nondimeno quello che stiamo attraversando è una guerra civile disarmata che può avere effetti devastanti e difficilmente reversibili sul tessuto democratico e sull’unità del paese. Per questo non è improprio, né retorico parlare di comitato di liberazione nazionale .
La manifestazione del 17 Settembre indetta dalla federazione nazionale della stampa è un passaggio cruciale, addirittura fondativo di questa strategia, decisivo – come già è accaduto in questo ultimo anno – è che non sia una rondine solitaria e che la mobilitazione sia l’avvio di una nuova fase di opposizione sociale e politica .
Vi è poi un secondo aspetto del medesimo problema , ovvero la ricostruzione sociale del paese. Su questo Ghezzi ci dirà sicuramente delle cose interessanti . La incomprensione del gruppo dirigente del Pd nei mesi passati su questo decisivo punto è stata grande. Noi abbiamo avuto due mobilitazioni nazionali quella del sindacato della funzione pubblica e della FIOM e quella più generale della CGIL . Mobilitazioni nel pieno della crisi economica, mobilitazioni sindacali, ma certamente dense di significato politico . Il gruppo dirigente del Pd bloccato da una strategia di politica – economica oscillante fra la devozione ai parametri di Maastricht e ricette d’ispirazione liberale, condizionato fortemente dalle scelte della CISL è stato più osservatore che protagonista politico di queste mobilitazioni. Ripeto la questione fondamentale non è la spallata sociale nei confronti del governo, bensì il recupero di una legittimità, di un diritto di rappresentanza che si è persa e non da oggi e , al pari tempo la necessità vitale di ricostruire un tessuto unitario nella società e nel mondo del lavoro . Per questo è fondamentale contrastare sul terreno della riforma dei contratti di lavoro, sulla struttura del salario, nel rapporto fra aziende e lavoratori quelle scelte che dividono lavoratore da lavoratore, territorio da territorio e che spingono verso la frammentazione sociale e territoriale . La stessa confindustria , molti degli imprenditori se escono dai loro “ particolarismi “ possono dare un importante contributo per evitare un comune disastro sociale . E’ in gioco molto, ma molto di più di una vertenza sindacale , quella che è sul tavolo è una grande questione politica che chiama in causa il destino del nostro paese . Non si tratta, è bene essere chiari, per noi europeisti convinti di scoprire un tardivo e retorico sentimento nazionale, dovrebbe essere evidente che la trasformazione dell’Italia in un seconda penisola balcanica rappresenterebbe un enorme problema non solo per gli italiani , ma per lo stesso futuro dell’Europa.
Brevemente il secondo punto che dovrebbe essere al centro del confronto congressuale, che è poi il cuore profondo della crisi del Partito democratico, ovvero l’identità del P.d., i suoi fondamenti culturali e politici, la teoria che lo ispira e, quindi, la sua classe dirigente . Qui si apre un campo di riflessione , una problematica che sarebbe sciocco chiudere nelle mura domestiche del nostro paese , anche perché le manifestazioni di quanto il problema sia generale , almeno europeo sono clamorose . Non mi riferisco soltanto ad alcuni eloquenti risultati elettorali dei grandi partiti della sinistra europea , ma ad alcune manifestazioni francamente deprimenti e molto significative .
Dei due maggiori leaders che hanno fatto scuola , anche, a casa nostra l’uno Schroeder è finito come lobbista milionario al servizio di Gazprom , l’altro il padre del new labour che tanto ha suggestionato i dirigenti dei D.S. è andato a spiegare in modo trionfale alla organizzazione più confessionale e ortodossa che abbiamo in Italia ( Comunione e Liberazione ) le ragioni della sua conversione cattolica . La situazione si presenta molto seria e compromessa , pur tuttavia se andiamo a vedere la complessità della realtà , se andiamo in profondità senza indulgere a schematismi o a facile propaganda – penso ai nostri amici a sinistra – le cose stanno diversamente.
Le grandi difficoltà della sinistra in Europa non coincidono né con la stabilizzazione, né tantomeno con la marcia trionfante del liberismo . Al contrario dopo più di due decenni emerge tutta la fragilità e la contraddittorietà del neocapitalismo globale , la crisi che stiamo attraversando è molto di più di una crisi congiunturale e non è un caso che in molti sino a ieri mercatisti convinti abbiano oggi riscoperto il valore del pubblico e dello Stato . Ci sono crisi e crisi, ci sono crisi che si risolvono rapidamente e senza toccare le strutture portanti del sistema, vi sono crisi dalle quali si esce con profonde trasformazioni degli assetti economici, della struttura sociale, della gerarchia tra gli Stati , della divisione sociale del lavoro e talvolta con guerre e violenze. Ora , è evidente che da questa crisi per la sua natura strutturale si uscirà con grandi mutamenti e la sinistra europea – questo poi è il buono che ci viene dall’ultimo voto tedesco – non solo non è condannata ad una inesorabile decadenza, ma se uscirà dal conformismo politico e culturale e dall’orticello dei piccoli interessi di ceto politico potrà rapidamente tornare a dire la sua .
In secondo luogo le vicende politiche mondiali hanno un segno politico ben diverso da quello che stiamo vivendo in Europa . Nei centri nevralgici del pianeta in questi ultimi anni abbiamo assistito alla sconfitta delle destre e all’avanzata delle forze democratiche e di sinistra. E’ così nel continente asiatico ove oltre alla controversa realtà cinese abbiamo la vittoria del Partito del congresso in India e da ultimo – dopo diversi decenni – quella del Partito democratico giapponese, è così nella parte più avanzata del continente africano con il Sud Africa, è così nella quasi totalità del continente Latino – Americano e da ultimo la straordinaria vittoria di Obama negli Stati Uniti d’America . In questi anni il mondo non è andato a destra, è vero semmai il contrario il problema è nostro, è di questa sinistra e di questa Europa che non ha saputo accettare la sfida della globalizzazione . Il sistema Europa si è chiuso in se stesso, peggio ognuno nei suoi confini nazionali , lucrando quel che si poteva negli interstizi della globalizzazione senza ambizione, senza progetto e soprattutto senza portare nel campo globale il primato dell’economia reale , dei diritti sociali, dei lavoratori e dell’ambiente . Ma la partita non è chiusa, anche perché della cultura democratica e di sinistra di questa Europa ve ne è un maledetto bisogno .
Il mondo guarda alle forze democratiche e di sinistra, le grandi masse popolari sentono che da lì può venire una politica che tiene insieme modernità e giustizia sociale , bisogna , però, essere consapevoli che il percorso è durissimo e l’esito altamente incerto . In India dove pure la modernità tecnologica ha fatto grandi passi, pur tuttavia : solo lo 0,25% della forza lavoro totale è impiegata nelle nuove tecnologie e solo il 7% dei lavoratori lavora nel settore formale , per il resto abbiamo masse sterminate di supersfruttati e poverissimi. La situazione è talmente dura che in queste ultime settimane a causa della siccità si sono suicidati nel Nord del paese 175 contadini .Per non parlare delle contraddizioni e delle debolezze dei diversi paesi dell’america Latina, ma ancor più delle grandi difficoltà che incontra la Politica di Obama sia nei fatti internazionali, come nei problemi interni .
Rifkin ha scritto solo qualche anno orsono nel suo libro “ il sogno europeo “, che gli Stati Uniti da soluzione dei problemi erano ormai divenuti con Bush il problema del mondo e che l’Europa, la sua cultura sociale, la sua civiltà doveva essere la nuova speranza del futuro . Questa affermazione che oggi sembra cozzare con la realtà , con la cronaca dei fatti politici è sostanzialmente vera . Se l’Europa resta marginale, peggio se il territorio europeo diventa terreno di una cultura autarchica, regressiva e persino razzista la possibilità che le grandi contraddizioni che attraversano il mondo e questa nostra epoca volgano al peggio è molto alta .
Una grande sinistra non può che partire da questo ordine di problemi , solo i titoli dei problemi e qualche argomento sulle questioni che andrebbero affrontate :
La sinistra non può che essere almeno europea, fuori da questa dimensione saremmo poco più che delle mosche cocchiere . E ‘ evidente l’assurdità e il primitivismo della discussione che abbiamo avuto nel Pd sul nodo del socialismo europeo. E’ forse stato uno dei punti più bassi del confronto nel Partito democratico e che ha ben mostrato quanto forti siano le tentazioni particolaristiche in un partito che era nato con l’ambizione di cambiare in meglio la politica italiana . Il problema non è solo della politica, ma anche sociale e sindacale. Non è pensabile un qualsivoglia intervento che non sia puramente difensivistico, se non si ha come campo d’azione l’Europa , per questo sono incomprensibili politicamente le ragioni che tengono imprigionati i sindacati nei confini nazionali e che fanno della confederazione europea poco più di una sigla. Tutti parliamo di un’Europa che deve essere non solo della moneta, ma anche delle politiche industriali , fiscali , economiche e sociali comuni, per non parlare della politica estera , ma poi né sul terreno dei partiti, né su quello dei sindacati se ne trae una qualche coerente conseguenza .
L’ordine mondiale nel quale iscrivere la sinistra è radicalmente mutato, è finita la guerra fredda, si è consumato l’unilateralismo degli Stati Uniti e quando la Cina che pure ha un tesoro fatto di montagne di dollari, chiede di lasciare il dollaro per gli scambi internazionali indica con brutalità l’inizio di una nuova era ricca di opportunità e di incognite. E’ all’ordine del giorno il mutamento, la democratizzazione delle Istituzioni Intenazionali dal F.M.I. alle stesse Nazioni Unite . Dopo la guerra fredda, dopo l’unilateralismo degli Stati Uniti è possibile un governo multilaterale del mondo.
Questa nuova era, dopo il precipizio della crisi finanziaria, si apre con la riscoperta di una nuova centralità dello Stato .Torna prepotentemente all’ordine del giorno in nome non solo della coesione e della giustizia sociale, ma anche della razionalità economica , la funzione fondamentale dell’intervento pubblico . Evidenti sono le opportunità, ma altrettanto chiari i problemi : la possibilità che il nuovo governo mondiale si risolva in un nuovo e conflittivo bipolarismo fra Stati Uniti e Cina è alto e tanti sono i segnali in questa direzione, molto dipenderà dal destino dell’Europa e della sua unità .
Lo Stato e la politica tornano ad un nuovo protagonismo, è però sotto i nostri occhi un enorme problema, ovvero la decadenza morale senza eccezione alcuna da Bombay a Roma delle istituzioni pubbliche, la corruzione in forma sistemica si è insediata nella politica e nello Stato . E’ una patologia dalla quale nessuno è immune dai comunisti del Nord dell’India passando per l’Europa sino alla destra americana . Un forte ruolo dello Stato nella vita pubblica , nella finanza e nell’economia non può prescindere dalla bonifica morale della politica e delle istituzioni .
Il capitalismo ha superato i confini delle metropoli occidentali e si è ormai insediato in una parte grande del mondo, riproponendo su scala globale quella contraddizione feroce che Marx leggeva nell’accumulazione primitiva del capitalismo inglese fra la forza materiale e progressiva del capitalismo e lo sfruttamento e la marginalità di masse sterminate di donne e uomini.
E’ , però , chiaro che in questo nuovo mondo alle antiche contraddizioni si sommano nuovi problemi , lo sviluppo economico deve fare i conti con l’esaurimento fisico delle risorse naturali e il rischio che si rompa distruttivamente il delicato equilibrio ecologico del Pianeta è alto . La riproposizione del modo di produzione e di consumo non solo è fragile come dimostra l’ultima crisi o discutibile sul versante della giustizia sociale e dell’eguaglianza, ma irresponsabile nei confronti delle future generazioni.
Non solo , il capitalismo per secoli in Occidente ha convissuto con regole di civiltà , principi di ordinamento sociale che venivano da molto lontano : la famiglia, la religione, il valore del lavoro, un codice affettivo e sessuale definito, il primato indiscutibile dell’uomo sulla donna . Ora, è sotto gli occhi di tutti la crisi nel bene e, permettemi di aggiungere nel male , di quel modello di civiltà in Occidente e non è chiaro quale effetto sociale produrrà la forza dirompente del neocapitalismo nel resto del mondo , la sua rapidità di espansione in società per alcuni versi dai costumi e dalla culture arcaiche, se non feudali .In quella che sino a ieri era un’immensa periferia del mondo dove vivono miliardi di persone si va formando una miscela di modernità, fondamentalismi e disgregazione sociale che se non avrà una bussola potrà esplodere nelle direzioni più imprevedibili . In questo contesto la discussione sulla laicità della politica e dello Stato ha un grande significato e implicazioni strategiche , non solo per regolare i rapporti fra la Chiesa Cattolica e lo Stato italiano . E’ una partita aperta in aree decisive del mondo e i danni prodotti dai dieci anni di Bush sono stati incommensurabili . L’impresa teorica e politica di una nuova sinistra democratica è quindi enorme e , al primo posto, non solo in Italia o in Europa , vi è la formazione di una classe dirigente che sia all’altezza dei problemi e che sappia ridare senso e credibilità alla politica e alle istituzioni . E’ auspicabile che questo congresso rappresenti qualche passo avanti e non sia una nuova occasione mancata.













