Di VALERIO MARINELLI – Roma 29 Maggio 2009
J.P. Fitoussi ha recentemente dichiarato che questa crisi è una crisi economica, finanziaria e, soprattutto, culturale. Da essa se ne può uscire solo ripensando la società umana oltre gli assetti economici, superando, in sintesi, il mero approccio economicista che, nella sua vulgata neoliberista, già gonfia di inique contraddizioni, è stato causa colpevole di tale disastro.
Ripartire più forti dalla crisi significa tornare a dare centralità all’Uomo, tanto nella dimensione di individuo, quanto negli spazi collettivi: il Lavoro è, a mio parere, la leva strategica ideale, culturale, ed economica su cui puntare. Vediamone i perché.
1)Lavoro come perno della dignità umana. Per ricostruire una cultura nuova ed alternativa occorre un pensiero complesso, quindi una direzione di marcia ed un orizzonte da raggiungere.
John Locke sosteneva che la Vita fosse “appropriazione” volta alla soddisfazione dei bisogni. Ed era convinto che lo strumento per realizzare la soddisfazione del singolo nella società fosse il Lavoro. Soltanto una vita che vede soddisfatti i suoi bisogni, per il pensatore britannico, può definirsi degna: la dignità si riflette sul Lavoro, poichè è il Lavoro a conferire all’Uomo gli strumenti della dignità che gli è propria.
Per Hegel la Vita è praxis, cioè l’ente nella sua prassi. Quando un organismo unicellulare, vagante nelle acque di uno stagno, si sforza a sopravanzare un ostacolo materiale si costituisce quale ente in pratica, soggetto vero nella realtà oggettiva.
L’Uomo, nell’interpretazione marcusiana del concetto appena esposto, esalta la “praxis”nel Lavoro, compiendosi come Vita degna di essere vissuta nell’attività che svolge. In un certo senso, soffermandoci su questi enunciati filosofici, Lavorare è produrre Vita, Vita nella dignità d’esistere. Dunque, tutelare il Lavoro significa tutelare la Vita.
Da un discorso generale sul Lavoro, però, bisogna spostare l’attenzione alla concreta declinazione che esso determina nell’Uomo, nell’individuo contemporaneo che, da padrone di se stesso si è andato via via trasformando in un debole animale spaventato, incline più all’istinto che alla ragione. Messo in crisi il Lavoro, purtroppo schiavo delle esclusive esigenze della dinamica dei profitti all’interno dei nuovi processi globali, si è messa in discussione l’ identità dell’Uomo legata al Lavoro, ed ancor peggio, si sono incrinate le possibilità d’accesso alla “Felicità”, che per mezzo del Lavoro la “persona umana”aveva la potenzialità di conseguire.
Ognuno, infatti, ha le proprie inclinazioni, vocazioni, attitudini; ognuno edifica la propria identità sulla base di aspirazioni o legittime ambizioni; ognuno pone in essere l’identità nel Fare, la quale esperisce un nesso assai più evidente all’Essere che all’Avere (o per natura dovrebbe). Se il Fare non è adeguato al Bios personale, cioè al carattere, all’attitudine, alle aspirazioni, il raggiungimento della Felicità è improbabile. E’ovvio che il riferimento corre alla Felicità citata nella Costituzione americana, che riscopre la sua radice nella concezione di Felicità pensata nell’antichità greca: l’ eudaimonia, oltre a non avere parametri impostati su valori assoluti, si realizza nella rispondenza tra caratteri e caratteristiche della persona e le attività che la medesima svolge. E’un concetto di Felicità non corrotto dalla versione edonista del capitalismo moderno, per la quale essere felici vuol dire consumare, spendere ed acquisire livelli crescenti di “status symbol” da sciorinare in tutte le occasioni sociali, conquistare sempre maggiori quote di disponibilità economica. Lo strabismo del capitalismo non sempre, come abbiamo testato, è stato corretto da opportune lenti ottiche.
Un partito che si richiama al Lavoro ha l’obbligo di infilare gli occhiali e codificare una definizione di Felicità non mistificata dalle distorsioni sovrastrutturali del capitalismo. Nel partito richiamato, il Lavoro può e deve definirsi da un lato come momento di realizzazione personale, dall’altro come luogo di affermazione di un collettivo dotato di senso, dove il valore condiviso Lavoro assume un’accezione non mediabile né contrattabile.
Il Lavoro ha perso il suo valore sociale ed educativo: la società odierna è educata ai prezzi molto più che ai valori.
Il Partito del Lavoro, in conseguenza a quanto sopra afferito, non potrà esaurirsi nel Partito dei Lavoratori; sconterà perciò l’assoluta necessità di impegnarsi a sostituire la “società degli individui”, marca pesante della parcellizzazione delle esistenze prodotta dall’ultimo capitalismo, con una “società dei singoli”. L’individuo si presenta come monade alla ricerca di sé, mentre il singolo è composto da parti, da sezioni che traducono la complessità umana, avvantaggiando in tal modo l’efficacia delle risposte politiche nel campo della poliedricità dei bisogni e delle relative soddisfazioni.
In questo quadro di analisi e di prospettiva, esigenza fondamentale ed improcrastinabile è il rinnovamento della sfera politica e più genericamente pubblica. La domanda che sorge spontanea è: quale concezione culturale proporre a sinistra per innestare un processo di “egemonia”, di ampio e duraturo respiro, teso a perimetrare un nuovo ambito del “politico” e dello spazio pubblico? Qualunque società e qualunque cultura o sub-cultura ha i suoi dogmi: è urgente proporne di nuovi per la sinistra di oggi e di domani.
Nella scorsa fase di neoliberismo teocon sono prevalse due immagini della Politica: una religiosa ed una economica. Ognuna ha imposto i propri dogmi, finendo col creare un pericoloso mix di cui il mondo ne sta pagando ancora le amare vicissitudini. In ecclesia nulla salus, ma un dogma il Partito del Lavoro per una società del Lavoro dovrà pur averlo, e dovrà essere- inconfutabilmente- l’Uguaglianza. Attraverso il Lavoro l’Uguaglianza diviene mezzo e fine: il Lavoro è la leva dell’Uguaglianza e l’Uguaglianza, in una dimensione nella quale il valore è alla costante ricerca di un suo inveramento, è condizione indispensabile al Lavoro.
Dobbiamo renderci conto che il prezzo della crisi è così alto in termini di diseguaglianza che la sola Uguaglianza delle opportunità di partenza, presupposto liberale rivelatosi un artificio fin troppo palese, non basta più. Per un’economia che non mira semplicemente a produrre e massimizzare i profitti, ma prova ad essere strumento di un benessere sociale reale, il Lavoro nell’Uguaglianza e per l’Uguaglianza è meta e percorso al tempo stesso. La chiave per combattere la “disabilità” come espressione della dipendenza, insita nell’Uomo e drammaticamente aggravata dallo sviluppismo, dal mercatismo e dal consumismo, sta nel recupero di valori capaci di riconnotare in senso culturale l’economia e la società.
In particolare, per chiudere questo punto con Ruffolo, l’economia non si conclude nel produrre; l’economia, essendo materia politica per eccellenza, è pure cosa, come e quanto produrre; cosa, come e quanto vendere; a chi e perché.
2) Il Lavoro come modello di aggregazione socio-politica.
Le modificazioni della struttura economica riformulano gli assetti del Lavoro e riorganizzano la società. In sintesi, rilanciare il Lavoro, con tutti gli annessi e connessi, significa rivitalizzare i soggetti di rappresentanza dello stesso, prostrati e frustrati dalla vittoria dello schema produttivo immateriale, dall’invidualizzazione delle prestazioni e delle competenze, dalla cosiddetta “economia cognitiva” di recente conio. La crisi del Sindacato si affronta solo nella consapevolezza di una ricomposizione di grande portata del suo ruolo, delle sue funzioni, delle sue procedure. Un Partito del Lavoro deve prendere coscienza che, per una società del Lavoro consona alla visione ideale che propone, serve una promozione della rappresentanza e della tutela degli interessi adeguata.
In prima istanza, occorre un’europeizzazione del tema Lavoro- welfare. Ma, ahimè, l’Europa politica e sociale verso la quale- a ragione- il Pd va spingendo non si costruisce senza un’Europa fiscale. L’unica scelta plausibile, allora, è un’ approvvigionamento fiscale diretto, perché è l’unica scelta che può dare all’ Europa la chanche di un welfare all’altezza delle inoppugnabili pretese di democrazia e diritti. Da questo punto di vista, il Lavoro da utile viatico ne diventa il grimaldello fondamentale. E’ infatti tramite il Lavoro che viene a delinearsi, e progressivamente ad implementarsi, la Cittadinanza. L’Europa molto ha fatto; molto di più devono fare le forze socialiste e progressiste. Sarà l’Europa, e non gli Stati nazionali, a riconfigurare in modo nuovo l’alleanza tra politica ed economia, assegnando, se vinceremo noi la sfida culturale, al Lavoro la centralità sociale che merita. E’in Europa che la rappresentanza del Lavoro potrà trovare casa. L’Europa, e non altri soggetti istituzionali ormai tramontati, avrà la capacità di guardare ad un mondo più giusto e più equo, dove la persona è parte integrante, ancor prima che integrata, di un’appartenenza collettiva riconosciuta e vissuta.
Nella visione di un Progressismo europeo del Lavoro, la Solidarietà non si identificherà, quindi, con l’elemosina (per altro scarsa) elargita in questi ultimi feroci anni dalle grandi forze del capitale. Melville ne La società delle api insinua che la solidarietà è tipica delle società povere. Noi democratici, dato l’individualismo sotteso all’impropria interpretazione capitalistica della solidarietà, dobbiamo trovare un luogo collettivo in cui far nascere una solidarietà stabile e non ipocrita: il luogo è il Lavoro. Sul versante programmatico-politico vuol dire, brutalmente, ridurre le rendite ed aumentare i redditi da lavoro. Perequazione e ridistribuzione delle ricchezze sono i gangli di una politica dell’uguaglianza che permette di allacciare rapporti proporzionali alla diffusione della solidarietà sociale. Politiche dell’uguaglianza, congiunte a “politiche della prossimità”, legate alle interazioni tra membri di una comunità, porterebbero la solidarietà a divenire elemento propulsivo del benessere e dello sviluppo.
Inoltre, se raccontata in termini di alternativa culturale, la naturale trasversalità del Lavoro, anziché generalizzarsi fino al punto di scomparire come è per ora accaduto, ha serie e reali prospettive di riuscire a coagulare quel “blocco sociale” decisivo per l’aspetto politico ed elettorale di un progetto di un Partito del Lavoro. In questo tentativo, il Socialismo in Europa ha clamorosamente fallito, in specie per due distinti ordini di motivo: a) perché è apparso troppo prigioniero del riformismo nazionale. Per un Socialismo con intenzioni chiare e lungimiranti il riformismo sussiste su scala continentale e punta alle grandezze globali. b) perché il Socialismo che ha caratterizzato il decennio trascorso si è limitato ad accompagnare, e poche volte a correggere, le “magnifiche e progressive sorti” del capitalismo: sembrava parte del problema, piuttosto che la soluzione.
E’il momento di trovare un’alternativa radicale: adesso o mai più. La crisi economica apre immense praterie che non rimarranno vuote. Il nostro sforzo ha le carte in regola per essere abbondantemente ripagato.
Ragionando di soggetti sociali, l’idea di tipizzare nel cittadino\consumatore (teorizzato da Hirschman a cavallo tra anni 80 e 90) il protagonista della nostra azione politica, però, non mi pare così brillante.
a) L’ipotesi di Mill sulla “società del benessere” e “l’etica del consumatore”, per la quale nessuno può dirmi ciò che è meglio per il mio personale benessere, rischia di appannarsi in una fase storica, come quella corrente, in cui si sperimenta la necessità di riformare in profondità il concetto di benessere; l’individualismo del liberalismo originario non ha nulla a che vedere con la problematicità dell’”atomizzazione sociale” dei tempi attuali, e meno ancora ha a che fare con il capitalismo estraniante del ventennio passato. Per tornare a porre la questione su un piano adeguato, occorre, insomma, risemantizzare il concetto di benessere: è imprescindibile impedire che esso si sovrapponga al concetto di ricchezza economica individuale. D’ altra parte, già Englehart, all’inizio di secolo, ha messo in guardia politologi e sociologi europei su uno sviluppismo che concentra il benessere nel portafogli: il cittadino sconta, semmai, i ritardi nella riconfigurazione del sistema del welfare, dei servizi alla persona; manca, come pre-condizione, una politica di fruizione del benessere ad impronta collettiva, ferma restando la calibratura sulla promozione dei singoli e sulla pluralità delle offerte, determinante per decostruire un welfare ancora di stampo eccessivamente familista, inadatto al presente ed impensabile nel futuro. Perciò, più che di cittadino\consumatore dovremmo parlare di cittadino\utente.
b) Il vero problema non sta in capo al consumatore, ma al cittadino. E’ sulla Cittadinanza che siamo chiamati a spenderci, se miriamo ad innalzare anche le tutele del consumatore. Non sono i consumi la priorità politica e programmatica per un Partito del Lavoro, bensì la Cittadinanza; Cittadinanza che trova nel Lavoro il perno sia della tensione ideale che dell’orientamento pratico nell’articolazione dell’agenda di governo.
c) In una battuta: il Lavoro unisce chi ce l’ha, chi non ce l’ha e chi ce l’ha e non gli va bene. Il consumo, invece, non produce qualificazione di soggettività sociale: tutti siamo consumatori, sebbene non allo stesso modo. Tutti o quasi, nelle società occidentali, e non solo, consumano comandati dalla logica consumista, che ha vinto nel momento in cui, culturalmente egemone, è entrata nel modus vivendi sia dei consumatori\ cittadini che dei produttori\ cittadini. Il pericolo sostanziale, cadendo nella trappola del “consumo consumista”(perdonate il calembour), è di premiare più il “consumatore consumista” che il cittadino che consuma.
d) Stereotipare il cittadino\consumatore induce a pensare l’esistenza -che qui tratteggio priva di ulteriori aggettivazioni- di un produttore, aprendo una differenziazione dal sapore conflittuale. Benchè è da ritenersi ineludibile l’avvio di una fase di conflitto, non è su questo piano che la si può interpretare: oggi siamo infatti nell’epoca dei “produmers”, cioè nell’epoca in cui produttori e consumatori si identificano. Questa è una delle peculiarità più pregnanti dell’”economia cognitiva”, dell’economia immateriale, di un’economia che sovrappone con una certa violenza il momento comunicativo a quello imprenditoriale, generando un circolo vizioso ad esclusivo appannaggio del consumismo capitalista.
Il Partito del Lavoro deve allora superare un modo di pensare che risulta quantomeno anacronista.
e) L’alienazione odierna ha rapito consumatori e produttori, ormai smarriti nella giungla del capitalismo contemporaneo e piegati da un istinto figlio di una dinamica etero-indotta. Per guarire da questa invasiva e totalizzante alienazione (una volta era l’operaio a soffrire l’alienazione, oggi alla pari la patisce il “padrone”, se ancora esiste), bisogna espungere il Lavoro dalla dimensione in cui è ora inserito per recuperarlo a strumento di una rinnovata e consapevole Cittadinanza: riprendere in mano il nostro destino di Uomini passa dal ridisegnare il “politico” con pennellate di orgogliosa autonomia, usando colori densi e vivaci. Come per i greci, la Politica deve tornare ad essere l’istante nel quale gli Uomini strappano il destino dalle mani degli dei per consegnarlo a se stessi. Legittimare, sotto farisaiche forme, un Leviatano immateriale, sfuggente ed impolitico non solo è sbagliato ed ingiusto, ma non è più né conveniente né forse possibile. Narcotizzare le volontà e sbiadire i contorni delle responsabilità civili e politiche danneggia il sistema democratico nei metodi e negli esisti che lo contraddistinguono.
f) L’equilibrio tra capitale e lavoro abbiamo compreso essere strutturalmente transitorio: l’alleanza, in breve, funziona fino a che soddisfa le esigenze del primo. Il secondo procede sempre a rimorchio, tranne in rari casi ed in maniera tutto sommato complementare. Per stabilire un equilibrio tra capitale e lavoro, che soddisfi a pieno il lavoratore e la “persona umana”, serve spostare l’asse a favore del lavoratore e della “persona umana”: non c’è media o mediana che tenga, non c’è compromesso che regga. La crisi economica è, per certi versi, un’attesa superfetazione di un’illusione ideologica che ha imbevuto le coscienze fino ad ubriacarle.
g) Diverso è, invece, un discorso sulla cultura dei consumi. Mutare lo statuto del consumo è ciò che dobbiamo fare, ma non bastano iniziative e volantinaggi: la cultura del Lavoro è preliminare alla cultura del consumo. E preliminare alla cultura del Lavoro è la cultura della Cittadinanza. Sul versante economico, le “liberalizzazioni” sono state un passo avanti, che potrà dare i suoi frutti se, e solo se, accompagnato dalla “liberalizzazione della società”, da nuovi diritti, tutele, garanzie, meccanismi promozionali basati sul merito. La concorrenza al posto di oligopolio e monopolio non è la panacea, ma non è neppure una medicina ad esclusivo intento palliativo.
Tornando a bomba per chiosare, prima la critica del consumismo, poi il consumo critico.
Lo scenario che il Pd è chiamato ad immaginare, insomma, dovrà essere capace di valorizzare coevamente individuo e collettivo, altrimenti nessun nuovo equilibrio sociale, politico ed economico sarà realizzabile. Un esempio? La cultura della class action: i diritti dei singoli possono unirsi per formare un collettivo, forgiato dall’utile contingente e da una coscienza nascente. Ai singoli è così riconosciuta la facoltà di armarsi e combattere, consentendo loro di acquisire rilevanza politica in uno spazio pubblico rilegittimato e sottratto alle opprimenti mistificazioni di cui siamo colpevoli vittime. Il flauto magico del capitalismo consumista ha, prima di tutto, contribuito a determinare l’ impotenza del cittadino nel pensiero, preferendo la cieca e vana soddisfazione di pulsioni al perseguimento di scopi razionali. E’ sembrato che la scienza economica potesse offrire, con l’astrazione matematizzante dell’homo oeconomicus, un modello di analisi e di previsione dell’agire sociale in grado di assorbire e dissolvere al proprio interno le istanze politiche (di stampo simbolico, religioso, ideologico…) della natura umana. Il fallimento di questa pretesa si manifesta oggi sia nella revisione di molteplici presupposti epistemologici della scienza economica, sia nella crisi delle dottrine politiche di orientamento neo-liberista. Il concetto di homo oeconomicus è decaduto perché erano sbagliati i criteri di previsione delle aspettative di soddisfazione ed errati i criteri che vedevano l’homo agire in conformità ad una ratio puramente economica. Nel suo millantato razionalismo, la teoria perdeva ogni raziocinio.
Una politica della Cittadinanza si lega con forza allo scatto in avanti che è chiesto alla sinistra; una politica della Cittadinanza, sotto l’egida dell’”etica del Lavoro”, contiene infatti gli antibiotici adatti a contrastare la deriva irrazionale che mina precipuamente il cittadino nella fase del consumo.
Il capitalismo della seconda metà del 900 ha intrapreso una strada estetica fuorviante: non ha quasi mai dimostrato il cuore, il motore immobile della propria essenza. Non ha mai ammesso il volto grossolano del profitto a tutti i costi, dello sfruttamento dell’Uomo sull’Uomo, del potere dispotico che, con la finanziarizzazione dei mercati, si è reso incontrollabile, vaporizzandosi in aliti invisibili ma alquanto venefici. Il capitalismo, al contrario, ha fondato le sue buone ragioni, peraltro non prive di positività, nella promozione sociale dell’individuo e nel raggiungimento di uno stato di benessere materiale largo e crescente. La “Tecnè” capitalista oggi trionfante, per dirla con Galimberti, si è, come mai nel passato, verniciata di senso estetico con pois e venature affettive. Purtroppo, l’affettività che narra non corrisponde alle reali esigenze affettive dell’Uomo, in quanto, quella capitalista, è un’affettività morbosa mai colmabile definitivamente, sempre alla spasmodica ricerca di un superamento senza sbocchi. La nostra sfida culturale comincia anche da qui: dalla riconciliazione di un’affettività umana in grado di riqualificare nella grammatica contemporanea uno spirito di Fratellanza ormai sopito. Il Lavoro può rappresentare su questo versante la giusta tecnologia.
3)Da dove iniziare? La politica è un ponte. Alle estremità stanno realtà e progetto, pilastri e viandanti al tempo stesso. La politica è un ponte costruito con il Lavoro dell’Uomo.
Prose allegoriche a parte, mettere mano alla cultura costringe a mettere mano ai paradigmi cognitivi dell’economia. Il Partito del Lavoro deve elaborare significati diversi di tali paradigmi, evidenziare aspetti nascosti, accentuare lati attualmente considerati secondari: al proposito, adottare altre categorie ed altri indici di soddisfazione, porre al centro i bisogni e non i desideri rappresentano i primi elementi di discontinuità, anche culturale, di cui è profondamente avvertita l’assenza. Il P.I.L. indicava ben poco prima della crisi, adesso è evidente che vada integrato con altri indici che riguardano la qualità della vita.
In secondo luogo, cominciare a discutere di “Decrescita felice” non mi sembra poi così peregrino. Senza inserire Latouche nel Pantheon della sinistra che verrà, non giudicherei comunque scandaloso confrontarsi almeno sulle tesi della “Crescita stazionaria” o “Crescita zero”. Di Latouche, infatti, può spaventare quella sorta di celato estremismo finalista che ne anima l’analisi, però, su Fituossi, economista assai più ortodosso, difficilmente si rintracciano resistenze preconcette diffuse. Eppure Fitoussi sostiene la “Crescita stazionaria” o “Crescita zero”. Questo è magari un abbrivo non scontato per un ipotetico Partito del Lavoro, ma son convinto che la sinistra che verrà, probabilmente a livello mondiale, non rinuncerà a mettersi in discussione pure su tali punti.
L’impegno a tenersi fuori da revanchismi ideologici o nostalgici “soli dell’avvenire” deve essere assolutamente prioritario.
Una sinistra davvero responsabile guida le proprie scelte sulla base di ciò che meglio incontra gli effettivi e concreti bisogni delle persone, usando una chiave di lettura che vede nel presente uno snodo cruciale per il futuro.
Non si tratta, quindi, di ridiscutere la propietà o di paventare la socializzazione dei mezzi di produzione, nulla di tutto questo. Del resto, ad onor del vero, il bolscevismo ha socializzato i mezzi di produzione senza mai instaurare un controllo sociale dei medesimi, aumentando la farraginosità della burocrazia gestionale e l’impermeabilità dell’ elitès dirigenti, spesso incompetenti e non meritevoli, creando magari un tipo di capitalismo diverso, pur sempre capitalismo…Cosa voglio dire? Credo semplicemente, per giungere a conclusione, che un maggior controllo sociale sui mezzi di produzione ad alto gradiente di impatto sociale sia forse, in alcune circostanze, auspicabile. Mi riferisco ai mezzi produttori di benessere ecologico, ad esempio, ovvero, ambientale ed energetico. Da un lato l’apertura convinta ad un mercato in cui il regime di concorrenza è prevalente è da ritenersi buona ed utile, dall’altro evitare che sia soltanto il mercato ad orientare il cammino può risultare un valore aggiunto di non poco conto: una ricetta equilibrata, se la Politica ritorna ad essere, assieme al Mercato, promotrice di senso, è possibile. Contestualmente, attraverso il ripristino del “politico”, sarà ben più facile riattivare le variegate strumentazioni- per ora latitanti- capaci di arrestare le derive autoritarie e la grave crisi in cui versa la democrazia.
Da dove iniziare? era la domanda di quest’ultimo scorcio di riflessione. Tagliando con l’accetta il tema e non toccando i perché ed i per come, politicamente urgenti sono due questioni su tutte: il precariato, acme dell’ingiustizia, dello sfruttamento e della lesione della dignità umana, e la competizione ad alta intensità conflittuale tra lavoratori italiani e lavoratori immigrati. Posto il fatto che di forza lavoro straniera non ne possiamo fare a meno ed ancor più ne abbisogneremo nel prossimo futuro (vi invito a leggere i dati degli andamenti demografici riportati nell’ultimo numero di Limes da Golini), la gravità di una competizione che travalica il settore occupazionale, trasferendosi in quello sociale, in specie in merito alla lotta per l’accesso ai servizi (casa popolare, asilo nido, assistenza, etc..), va da subito estirpata, pena l’esplosione di un conflitto politico-culturale ed economico assolutamente controproducente e retrogrado.
Se il Partito del Lavoro inizia da qui la sua strada potrà andare lontano. La bussola è già in tasca; dei pesanti bagagli ci siamo liberati. Adesso invitiamo la migliore compagnia.














