ENZO DI NUOSCIO
Docente di Metodologia delle scienze sociali
Università di Cassino
Abstract dell’intervento all’iniziativa “Europa Laicità Diritti” – venerdì 17 aprile, Sala della Partecipazione, Palazzo della Provincia (Perugia)
Nel mio intervento intendo proporre una definizione di laicità, facendola coincidere, da un lato, con la libera scelta e con il libero esercizio della ragione critica e, dall’altro, con il riconoscimento che la legittimità dello Stato prescinde dal rispetto di principi religiosi. Va pertanto considerato laico quell’individuo che sceglie la discussione critica come mezzo per la soluzione dei problemi e quello Stato che assicura a tutti la libertà e il diritto di criticare tutti e tutto. E ancora, potrà essere considerato laico, quel singolo che riconosce la legittimità dello Stato e delle sue decisioni anche quando queste ultime sono dettate da norme che non coincidono con le proprie credenze religiose e quello Stato che trae la propria legittimità da regole prestabilite e non dall’adesione a determinati principi filosofici, religiosi o ideologici.
Dopo averla così definita, intendo proporre tre tesi, in favore della scelta della laicità:
Tesi gnoseologica: l’intrinseca laicità dell’ordine liberale si basa su presupposti gnoseologici. Per l’esattezza su due presupposti epistemologici, sui quali hanno insistito Popper e Hayek, rappresentati dalla fallibilità e dalla dispersione della conoscenza umana e su un presupposto logico, rappresentato dalla “legge di Hume”, secondo la quale non è logicamente possibile derivare i valori dai fatti, e quindi avere un’etica oggettiva. Se nella scienza non è possibile stabilire con certezza ciò che è vero; se nessuno può essere in possesso dell’intera conoscenza per pianificare ab imis la società e se nel campo dell’etica non c’è un modo razionale per stabilire ciò che è oggettivamente giusto, la discussione critica tra individui fallibili diventa l’unico strumento per affrontare e tentare di risolvere i problemi comuni. Nasce in questo modo la “società aperta”, intesa come ordine spontaneo e come spazio pubblico di discussione, che è per definizione laico: la discussione pubblica e critica può esistere solo in quanto non ci sono verità assolute, punti di vista privilegiati, “verità di stato” o verità rivelate da imporre agli altri.
Tesi sociologica. E’ proprio la laicità dell’ordine liberale a consentire la più efficacia soddisfazione della domanda di religiosità. La comunità della discussione critica rappresentata dalla società aperta costituisce il migliore ambiente per soddisfare la domanda di religiosità, essenzialmente per tre ragioni:
A) essendo un dialogo continuo tra interlocutori fallibili, accomunati dal tentativo di risolvere problemi proponendo soluzioni alternative, nello spazio pubblico dell’ordine liberale non vi è posto per assoluti umani, per dogmi indiscutibili. La discussione critica è quindi uno strumento che tende ad eliminare conoscenze assolute e quindi a evitare che lo spazio delle fede possa essere indebitamente occupato da assoluti terreni. La deassolutizzazione delle conoscenze umane e la desacralizzazione del mondo storico, apre alla religione: gli assoluti vanno cercati fuori da questo mondo.
B) Quella della religione è una scelta privata, che attiene alla coscienza del singolo. Ora, in uno stato liberale vige l’irrinunciabile principio che è la coscienza che giudica il potere e non il potere che giudica la coscienza. Lo stato liberale è laico anche perché assicura l’inviolabilità della coscienza e si astiene dal giudicare la moralità o la immoralità del comportamento individuale e quindi anche dell’adesione o meno a una credenza religiosa.
C) Ma, se una religione è privata nella sua scelta, essa è pubblica nelle sue manifestazioni. In un sistema liberale, la legittimità del potere politico e delle sue decisioni non deriva dall’appartenenza religiosa, etnico o linguistica, ma è legata al rispetto delle procedure di formazione del consenso, ad esempio della regola della maggioranza. Ora, uno stato liberale garantisce non solo libertà di culto, ma la più estesa manifestazione pubblica della religione purché compatibile con le regole dello stato di diritto, e in particolare con la procedure di legittimazione delle istituzioni e delle loro decisioni.
Date queste tre ragioni si può infine sostenere che, consentendo una “offerta religiosa concorrenziale”, cioè la più estesa manifestazione possibile del maggior possibile di credenze religiose compatibili con lo stato di diritto, quello liberale è l’ordine che consente meglio di ogni altro di soddisfare la domanda di religiosità.
Tesi storica. E’ stato proprio il Cristianesimo a favorire la nascita di un ordine liberale laico in Occidente. Distaccando il mondano dal divino, desacralizzando e deassolutizzando ciò che è umano, il Cristianesimo combatte l’idea che la perfezione possa appartenere a questo mondo. Ma proprio perché desacralizzato, il mondo umano diventa mondo storico, che l’escatologia biblica trasforma nel luogo e nel tempo della lotta contro il male. In questo modo, dopo aver espunto l’idea di perfezione si introduce nell’ordine mondano l’idea di perfettibilità, si elimina il mito utopico di una società perfetta edificata su valori assoluti per aderire al principio pragmatico dell’eliminazione progressiva delle miserie. E proprio nella rinuncia alla perfezione in nome della perfettibilità, di una perfettibilità che scaturisce dal continuo confronto tra tradizioni diverse, consiste la vera essenza della democrazia e della tradizione occidentale. Se la desacralizzazione del mondo naturale e l’antidogmatismo hanno favorito la nascita della scienza, la storicizzazione del mondo umano ha prodotto la laicizzazione del politica, la creazione di uno spazio pubblico di discussione critica nel quale non c’è posto per punti di vista privilegiati. Si è trattato però di un percorso tutt’altro che lineare, che per secoli ha visto la Chiesa stessa violare questi principi, con il suo potere temporale, e non solo con quello.
Ed è stato proprio quell’Illuminismo, che spesso viene ingiustamente contrapposto al Cristianesimo e accusato di ateismo, soprattutto con il cattolico Voltaire, a indicare alla Chiesa cattolica il ritorno ai princìpi, all’attuazione del precetto evangelico del “dare a Dio ciò che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare”. Sarà proprio Voltaire a insistere, contro la Chiesa, che il senso religioso va inteso come “libertà religiosa”, cioè come libertà di scegliere (ognuno il suo dio o nessun dio), che può essere tutelata solo in uno stato laico.














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